Le criptovalute hanno aperto una nuova frontiera della finanza, fatta di enormi opportunità ma anche di rischi altrettanto rilevanti. Nell’ultimo decennio, gli hacker hanno sottratto miliardi a exchange e piattaforme DeFi, errori individuali hanno causato perdite irreversibili e persino semplici bug software hanno innescato effetti domino sui mercati. A differenza dei depositi bancari tradizionali, spesso coperti da schemi di garanzia pubblici, gli asset crypto in genere non dispongono di una rete di protezione incorporata. Se le tue monete vengono rubate o uno smart contract viene sfruttato, rischi di restare con il conto in mano.
È qui che entra in gioco l’assicurazione crypto. Con questa espressione si indica una nuova gamma di prodotti pensati per proteggere i detentori di asset digitali da perdite dovute a eventi come furti, attacchi informatici, bug negli smart contract e altre calamità impreviste dell’universo crypto. In sostanza, si tratta di adattare il concetto secolare di assicurazione – mettere in comune il rischio per attenuare l’impatto finanziario dei disastri – al mondo all’avanguardia delle blockchain e dei token digitali.
L’interesse verso l’assicurazione crypto è esploso man mano che il settore si è strutturato. Dieci anni fa ottenere una copertura su Bitcoin o altre criptovalute era quasi impossibile. Gli assicuratori erano frenati dalla novità dello strumento, dall’elevata volatilità e dalla lunga scia di clamorosi hack agli exchange, come il caso Mt. Gox nel 2014. Ma con la crescita del valore immobilizzato negli asset digitali – salito complessivamente a trilioni di dollari – e l’ingresso degli investitori istituzionali, la domanda di protezione è diventata troppo grande per essere ignorata. Oggi l’assicurazione crypto è ancora un mercato di nicchia, ma in rapida espansione: si parla già di qualche centinaio di milioni di dollari di premi, con tassi di crescita superiori a quelli dell’intero comparto della cyber insurance. Eppure la copertura è ancora largamente insufficiente rispetto al fabbisogno: secondo alcune stime, appena l’1% degli asset crypto è oggi assicurato, contro circa il 7% delle attività coperte nella finanza tradizionale. Questo evidente protection gap è al tempo stesso un problema e un’opportunità, che spinge sia le startup blockchain sia i grandi gruppi assicurativi a sviluppare soluzioni innovative.
In questa guida analizzeremo che cos’è l’assicurazione crypto, perché è rilevante e come si è evoluta. Ripercorreremo lo sviluppo storico delle coperture, dalle prime polizze legate alla custodia degli exchange fino ai moderni pool di rischio decentralizzati. Esamineremo i diversi rischi all’interno dell’ecosistema – dai wallet personali agli NFT, passando per le posizioni DeFi – e come le polizze cercano di mitigarli. Passeremo in rassegna sia i provider centralizzati (come i sindacati di Lloyd’s of London, Coincover e gli assicuratori regolamentati) sia i modelli decentralizzati (come Nexus Mutual, Risk Harbor e altri), confrontando tipologie di copertura, processi di gestione dei sinistri e livelli di affidabilità. Navigheremo poi il contesto regolamentare nelle principali giurisdizioni, dal momento che la normativa in USA, UE e Asia inizia a fissare requisiti in tema di disclosure dei rischi crypto e di assicurazione. Infine, valuteremo le sfide chiave che il comparto deve affrontare – dall’inefficienza del capitale ai rischi legati agli oracle – e proveremo a individuare i trend destinati a ridefinire questo segmento nascente: polizze parametriche, modelli di rischio basati su AI, integrazioni con soluzioni Layer 2 e crescente coinvolgimento degli investitori istituzionali.
Che cos’è l’assicurazione crypto e perché è importante
Alla base, l’assicurazione crypto è semplicemente una copertura assicurativa progettata su misura per gli asset digitali e per i rischi specifici del mondo delle criptovalute. Una definizione sintetica: si tratta di assicurazione specializzata che protegge i detentori di criptovalute da perdite dovute a eventi come furti, attacchi informatici o perdita delle chiavi. Nella pratica questo concetto si traduce in molte forme diverse. Esistono polizze che coprono il furto di Bitcoin o Ether da un exchange o da un wallet custodial violato. Alcuni prodotti assicurano contro il malfunzionamento degli smart contract nella finanza decentralizzata. Altri ancora tutelano i non-fungible token o persino le attrezzature per il mining. Il filo conduttore è l’obiettivo di trasferire il rischio di perdite catastrofiche – un attacco a un exchange, un insider malevolo che svuota i fondi, un bug critico nel codice – dall’individuo o dall’azienda a un pool assicurativo. Così come l’assicurazione auto ti rimborsa in caso di incidente, l’assicurazione crypto può indennizzarti se i tuoi asset digitali vengono rubati o distrutti in circostanze coperte a polizza.
Perché questo è così rilevante? Perché nel mondo crypto le perdite sono spesso irreversibili. Le transazioni vengono regolate sulla blockchain con finalità definitiva; non esiste una banca che possa stornare un bonifico fraudolento, né un’autorità centrale in grado di “ricreare” le monete rubate. Se qualcuno prosciuga il tuo wallet o la piattaforma che utilizzi viene hackerata, nella maggior parte dei casi non hai alcun rimedio effettivo. Questa realtà, particolarmente rigida, ha tenuto lontani molti potenziali partecipanti – soprattutto istituzionali. L’assicurazione offre un cuscinetto finanziario essenziale: significa che, anche nello scenario peggiore, hai comunque una chance di recuperare il valore dei tuoi asset. Come ha sintetizzato un’analisi legale, l’assicurazione è “l’anello mancante dell’ecosistema crypto” per dare alle persone la certezza che il valore delle loro posizioni non possa svanire da un giorno all’altro. In assenza di una sicurezza perfetta (e finora nessuna soluzione di custodia si è dimostrata inattaccabile), l’assicurazione è l’unico strumento in grado di garantire che un hack o un errore non si traducano in una perdita totale.
Per l’utente retail, la copertura assicurativa può offrire la tranquillità che i propri risparmi non siano a un solo phishing o malware dal dissolversi. Gli investitori al dettaglio hanno imparato a proprie spese che sia gli exchange sia i wallet personali possono essere compromessi. Basti ricordare che a inizio 2022 un collezionista di NFT è stato indotto con un link di phishing a cedere il controllo del proprio wallet, dal quale sono stati sottratti Bored Ape NFT per un valore superiore a 2,5 milioni di dollari. O i numerosi casi di perdita di fondi per il fallimento di piattaforme centralizzate – dal collasso di Mt. Gox nel 2014 fino al crac di FTX nel 2022 – dove molti clienti si sono ritrovati con rimborsi irrisori, quando non nulli. In contesti simili, una polizza valida può davvero fare la differenza. Sebbene l’offerta di prodotti assicurativi per i singoli sia ancora limitata, operatori come Coincover hanno iniziato a proporre tutele pensate per il consumatore finale (ad esempio coperture fino a 100.000 dollari per wallet personali o NFT). Sapere che qualcuno è tenuto a indennizzarti in caso di sinistro coperto rende l’ingresso nei mercati crypto molto meno scoraggiante per i neofiti.
Per gli operatori istituzionali, l’assicurazione crypto è spesso un prerequisito. Banche, hedge fund, family office e società industriali che si affacciano agli asset digitali devono rispettare doveri fiduciari e policy di risk management che includono coperture assicurative adeguate. Spesso gestiscono somme ingenti – decine di milioni o più – per conto di clienti o investitori, i quali pretendono che tali asset siano protetti. Come ricorda un’analisi di settore, “investitori come le grandi istituzioni non faranno affari con controparti prive di una copertura assicurativa sufficiente”. Il principio vale già nella finanza tradizionale, ma è ancora più centrale nel crypto, dato lo storico degli hack e l’incertezza regolamentare. Non a caso molti custodian istituzionali di asset digitali mettono in evidenza le loro polizze per conquistare la fiducia dei clienti. Negli Stati Uniti, exchange come Coinbase, Gemini e Crypto.com dichiarano coperture assicurative per centinaia di milioni di dollari a presidio degli asset in cold storage (le casseforti offline). Tali polizze, in genere sottoscritte da pool di assicuratori, tutelano contro furti e violazioni informatiche. Nel 2020 Gemini è arrivata a creare una propria captive insurance company per assicurarsi 200 milioni di dollari di copertura – all’epoca, il più alto massimale del settore per i cold wallet. Come ha spiegato Yusuf Hussain, responsabile rischio di Gemini, “L’assicurazione è uno degli ultimi ostacoli… Per arrivare alla mass adoption serve un sistema di exchange regolamentato e conforme [con] le stesse tutele della finanza tradizionale”. In altre parole, una robusta infrastruttura assicurativa è cruciale per portare il crypto nel mainstream: consente agli investitori istituzionali di sentirsi “al sicuro, sapendo che, nel caso peggiore, esiste un pacchetto assicurativo sufficiente” a proteggere gli asset.
Vale la pena ribadire che l’assicurazione crypto non elimina il rischio – ma lo redistribuisce e ne attenua l’impatto. Avere una polizza casa non impedisce l’incendio, ma consente di ricostruire; allo stesso modo, una polizza crypto non evita l’hack, ma può risarcire la vittima. Questo cuscinetto finanziario può segnare il confine tra un danno gestibile e una bancarotta. C’è poi un beneficio sistemico: riducendo la paura di perdite irreparabili, l’assicurazione favorisce la partecipazione e una maggiore stabilità del mercato. Gli analisti da tempo sottolineano come l’assenza di tutele tenga lontani molti utenti e investitori potenziali. Quando le coperture esistono, “si crea quella rete di sicurezza necessaria perché le persone si sentano a proprio agio nel detenere, usare e investire in asset crypto”. Nel lungo periodo, un mercato assicurativo più sviluppato potrebbe perfino contribuire a ridurre la volatilità, attenuando il panico e la perdita di fiducia che seguono i grandi incidenti di hacking.
In sintesi, l’assicurazione crypto è importante perché introduce un livello di fiducia e gestione del rischio in un ambito che, per sua natura, non offre piani di emergenza. Avvicina il settore degli asset digitali agli standard della finanza tradizionale, dove praticamente ogni attività può essere assicurata. Dal trader retail che vuole tutelare il proprio wallet, alla fintech che deve rispettare obblighi regolamentari, fino al fondo pensione che pretende servizi di custodia assicurati, la presenza di coperture è il segnale di un’industria che sta maturando. Come vedremo, non è stato sempre così: per convincere gli assicuratori ci sono voluti anni di evoluzione graduale.
Dalla cold storage ai pool decentralizzati: breve storia dell’assicurazione crypto
Nei primi anni di Bitcoin (all’incirca tra il 2009 e il 2015), l’assicurazione per le criptovalute era quasi inesistente. L’idea che assicuratori tradizionali potessero coprire l’hack di token digitali detenuti da utenti pseudonimi sembrava del tutto irrealistica. Episodi come l’attacco all’exchange Mt. Gox nel 2014 – con la perdita di 850.000 BTC – hanno messo in luce la portata estrema dei rischi, ma all’epoca la reazione dell’industria assicurativa fu semplicemente quella di sfilarsi, piuttosto che affrontare il problema. sottoscriverli. Lo scenario ha iniziato a cambiare nella seconda metà degli anni 2010, quando il crypto è diventato una asset class di rilievo. A un certo punto, «l’opportunità e la domanda sono diventate troppo grandi per essere ignorate» e alcuni assicuratori pionieri hanno iniziato a testare il mercato.
La prima nicchia a svilupparsi è stata quella delle coperture per la custodia – polizze a tutela degli asset digitali detenuti da custodi qualificati o exchange. Le compagnie si sentivano più a loro agio con gli asset in “cold storage”, cioè conservati offline in caveau ad alta sicurezza, paragonabili a cassette di sicurezza bancarie. Trattando le chiavi private come titoli al portatore di grande valore o come diamanti, i sottoscrittori potevano incasellare il rischio in linee di business già note (spesso il mercato “specie”, che copre metalli preziosi, opere d’arte e simili). Una tappa importante è arrivata nell’agosto 2018, quando un custode qualificato statunitense, Kingdom Trust, ha ottenuto da Lloyd’s of London una polizza a protezione degli asset crypto dei clienti contro furto o distruzione. Kingdom Trust cercava una copertura dal 2010, ma solo con la crescente visibilità del crypto i sindacati di Lloyd’s hanno deciso di intervenire. Il CEO di Kingdom Trust ha sottolineato che «fin dall’inizio abbiamo considerato l’assicurazione un fattore chiave per portare gli investitori istituzionali nel mercato», evidenziando quanto quella garanzia psicologica fosse cruciale per la clientela potenziale. I dettagli della polizza Lloyd’s – identità degli assicuratori e premi – sono rimasti confidenziali, ma l’operazione è stata letta come una pietra miliare, «l’ultimo esempio di un’industria assicurativa inizialmente riluttante che inizia a offrire protezione» alle iniziative crypto.
Dopo il 2018 altri exchange e custodi hanno seguito l’esempio. Gli assicuratori, spesso tramite broker come Aon e Marsh, hanno strutturato polizze furto/crimine o coperture “specie” per i principali operatori crypto, con un grande caveat: la copertura era in larga parte limitata agli asset in cold storage. I hot wallet (portafogli online connessi a internet) erano di norma esclusi o coperti solo in misura marginale, a causa dell’elevato rischio di attacchi hacker. In pratica, gli exchange riuscivano ad assicurare la maggioranza degli asset conservati offline, mentre i fondi mantenuti in hot wallet per gestire i prelievi restavano il vero punto debole. Ciononostante, già nel 2019 si sono consolidati alcuni benchmark: Coinbase avrebbe ottenuto una copertura da 255 milioni di dollari per i saldi in hot wallet, mentre BitGo ha assicurato presso Lloyd’s 100 milioni di dollari di asset digitali in cold storage. Gli assicuratori stavano imparando a sottoscrivere questi rischi imponendo requisiti stringenti (cybersecurity avanzata, controlli multi‑firma, verifiche sui dipendenti, ecc.) e applicando premi elevati a compensazione dell’incertezza.
Una delle leve per ottenere massimali più alti è stata l’uso di compagnie captive. All’inizio del 2020, l’exchange Gemini (guidato dai gemelli Winklevoss) ha fatto notizia lanciando a Bermuda una captive assicurativa, battezzata Nakamoto Ltd., per coprire il proprio business di custodia. Creando un veicolo assicurativo regolamentato di proprietà del gruppo, Gemini è riuscita a mettere in piedi una copertura complessiva di 200 milioni di dollari sugli asset detenuti per conto dei clienti. All’epoca venne descritta come la capacità assicurativa più elevata al mondo nel segmento crypto. Il risultato è stato ottenuto facendo sì che la captive assumesse una parte del rischio e retrocedesse il resto a un consorzio di assicuratori tradizionali (Marsh, broker di Gemini, ha coordinato la partecipazione di assicuratori in eccesso di danno dal mercato commerciale). L’iniziativa Gemini ha messo in luce al tempo stesso il potenziale e i limiti dell’assicurazione crypto nelle sue fasi iniziali: coperture possibili, ma spesso solo con soluzioni strutturate, complesse e costose. Il responsabile dei rischi di Gemini ha ribadito che l’assicurazione è cruciale per l’adozione mainstream e che «i clienti si sono abituati a [queste tutele] nella finanza tradizionale». Molte compagnie continuavano però a rifiutare copertura sui hot wallet, così anche la polizza di Gemini – come la maggior parte all’epoca – riguardava soprattutto gli asset in cold storage, considerati di gran lunga meno esposti agli attacchi.
Nello stesso periodo (2019–2020) all’interno della comunità crypto hanno iniziato a emergere alternative decentralizzate all’assicurazione tradizionale. La prima e più nota è Nexus Mutual, lanciata a maggio 2019 come mutua assicurativa basata su blockchain. Nexus Mutual non è un assicuratore tradizionale, bensì una mutua discrezionale strutturata secondo il diritto britannico: in sostanza, un fondo di condivisione del rischio di proprietà dei membri. Ha introdotto un prodotto chiamato smart contract cover, che prevede indennizzi se un determinato smart contract (ad esempio un protocollo DeFi di lending) viene hackerato o sfruttato. L’idea è che gli utenti crypto, consapevoli dei rischi, possano mettere in comune il proprio capitale (nel caso di Nexus attraverso il token nativo NXM) e assicurarsi reciprocamente contro gli hack. Negli anni successivi, Nexus Mutual ha dimostrato la tenuta di questo modello: dal 2019 ha sottoscritto coperture su circa 5 miliardi di dollari di rischio legato ad asset digitali e liquidato 18 milioni di dollari di sinistri collegati a perdite DeFi. Cifre ancora modeste rispetto al mercato DeFi complessivo, ma sufficienti a mostrare che un meccanismo assicurativo decentralizzato può funzionare e pagare i sinistri anche in caso di eventi complessi come gli exploit di protocollo. Il successo di Nexus Mutual ha aperto la strada a una costellazione di altre piattaforme assicurative crypto‑native lanciate durante il boom DeFi del 2020–2021 (su cui torneremo più avanti con un confronto dettagliato).
Nel frattempo, gli assicuratori tradizionali hanno iniziato ad ampliare il perimetro delle coperture oltre i soli asset in custodia. Nel 2020, alcuni sottoscrittori di Lloyd’s of London hanno creato una nuova tipologia di polizza espressamente dedicata ai hot wallet – fino a quel momento quasi impossibili da assicurare. In un comunicato di febbraio 2020, Lloyd’s ha annunciato una soluzione di assicurazione per wallet crypto “prima nel suo genere”, sviluppata dal sindacato Atrium in partnership con Coincover. La polizza si distingueva per un limite dinamico, in grado di aumentare o diminuire con il prezzo degli asset crypto, così da mantenere il valore assicurato allineato alle oscillazioni di mercato. Offriva copertura contro il furto per portafogli online con massimali a partire da 1.000 sterline, rivolgendosi sia a investitori retail sia a piccole imprese. Coincover, startup britannica specializzata in sicurezza crypto, ha collaborato fornendo il layer tecnologico (servizi di backup delle chiavi e monitoraggio delle transazioni) che in teoria riduce il rischio di compromissione dei wallet. L’iniziativa Coincover‑Lloyd’s è stata salutata come la rimozione di un freno importante all’adozione di massa: «una nuova ondata di clienti crypto‑curious [è stata] scoraggiata dalla mancanza di protezioni adeguate… Con questa polizza innovativa possiamo eliminare queste barriere e ampliare l’appeal del crypto», ha dichiarato il CEO di Coincover nell’annuncio Lloyd’s. In sintesi, il mercato assicurativo tradizionale ha iniziato ad adattarsi gradualmente alle esigenze del crypto, passando dalla copertura dei soli asset in “congelamento profondo” all’estensione, seppur prudente, anche ad alcune esposizioni in utilizzo attivo.
Tra la fine degli anni 2010 e l’inizio dei 2020, capitali e competenze del settore assicurativo tradizionale sono entrati nello spazio crypto anche attraverso startup dedicate. Realtà come Evertas (fondata nel 2017, inizialmente come BlockRe) si sono posizionate come assicuratori specializzati in crypto operanti all’interno del marketplace Lloyd’s. Nel 2022 è arrivata Chainproof, controllata di Quantstamp (società di sicurezza blockchain), che si è presentata come «il primo assicuratore regolamentato al mondo per smart contract». Chainproof ha ottenuto una licenza nel sandbox regolamentare delle Bermuda ed è stata sostenuta da player di peso come l’assicuratore giapponese Sompo e il riassicuratore Munich Re. Il focus è l’assicurazione degli asset detenuti all’interno dei protocolli DeFi, cioè la copertura dei rischi on‑chain che gli assicuratori tradizionali ancora non affrontavano. La nascita di Chainproof è indicativa: ha messo in evidenza un gap di copertura preesistente. Fino a quel momento, se un’istituzione trasferiva asset da un wallet custodiale assicurato a una piattaforma DeFi come Compound o Uniswap, quegli asset cessavano di essere coperti. Chainproof punta a colmare quel vuoto con un prodotto assicurativo conforme, basato su KYC, per asset non‑custodial, offrendo alle istituzioni la possibilità di partecipare alla DeFi senza violare i vincoli regolamentari o di risk management. Il coinvolgimento di Munich Re e degli altri partner segnala inoltre una crescente fiducia tra i grandi assicuratori: sono disposti a riassicurare rischi crypto quando possono appoggiarsi a competenze specialistiche crypto‑native (in questo caso l’esperienza di auditing di Quantstamp).
A metà anni 2020, il panorama dell’assicurazione crypto è diventato un ibrido tra modelli tradizionali e soluzioni innovative. Da un lato, grandi compagnie e broker strutturano polizze di dimensioni sempre maggiori per exchange e custodi – nel 2023, ad esempio, l’assicuratore Arch (tramite Lloyd’s) ha autorizzato Evertas a offrire una singola polizza fino a 420 milioni di dollari per servizi di custodia, considerata la capacità più ampia del settore. All’estremo opposto, pool assicurativi decentralizzati stanno ampliando lo spettro delle coperture verso nuove frontiere, come il depegging delle stablecoin o il furto di NFT, spesso utilizzando trigger parametrici e meccanismi di governance comunitaria. Tra questi due poli si collocano approcci ibridi (come la tecnologia di wallet assicurati di Coincover o l’uso di captive e consorzi di co‑assicurazione) che fondono elementi “old school” con innovazione crypto‑native. Siamo ancora alle prime fasi – basti pensare che, oggi, solo una piccola percentuale degli asset crypto globali è effettivamente assicurata – ma i progressi rispetto a dieci anni fa, quando la copertura era quasi inesistente, sono notevoli. «Il panorama dei prodotti assicurativi pensati per le esposizioni crypto sta evolvendo rapidamente», ha osservato nel 2025 un partner dello studio legale Hunton Andrews Kurth, mentre gli assicuratori competono e innovano per coprire nuovi rischi. Nella sezione successiva analizzeremo nel dettaglio quali siano questi rischi e in che modo wallet, NFT e posizioni DeFi possano risultare vulnerabili, così da capire meglio quali coperture vengono oggi offerte.
Capire i rischi: wallet, NFT e DeFi
Per loro natura, gli asset crypto operano in un contesto a rischio elevato. Per comprendere cosa copre l’assicurazione crypto, è essenziale scomporre le diverse minacce e tipologie di perdita a cui sono esposti i detentori di asset digitali. Possiamo, in prima approssimazione, classificare i rischi in base al luogo e alle modalità di detenzione o utilizzo degli asset – che si tratti di un wallet personale, di un NFT unico o di fondi bloccati in un protocollo DeFi. Esiste naturalmente una sovrapposizione tra queste categorie (ad esempio, qualsiasi sistema online…Possono diventare un bersaglio appetibile per gli hacker), ma ognuna presenta fattori di rischio distinti. Ecco come si articola il panorama dei rischi:
1. Wallet personali di criptovalute (hot e cold)
Se custodisci le tue cripto in autonomia (self‑custody), la sicurezza dei fondi dipende interamente dalla protezione delle chiavi private.
Un hot wallet è in genere un wallet software connesso a Internet (app mobile, estensione browser, wallet web). È comodo per l’operatività quotidiana, ma strutturalmente più esposto ai furti. I criminali informatici possono:
- installare malware in grado di intercettare chiavi private;
- indurre l’utente, tramite phishing, a rivelare seed phrase e dati sensibili;
- sfruttare bug del software del wallet stesso.
Non mancano i casi di utenti che, dopo aver installato un’app malevola o cliccato su un link fraudolento, si sono ritrovati il wallet completamente svuotato. La social engineering è un ulteriore rischio: un truffatore può spacciarsi per assistenza clienti e convincere l’utente a fornire frasi di recupero o codici.
I rischi dei hot wallet riguardano anche gli operatori istituzionali. Exchange e app fintech mantengono parte della liquidità in wallet online per esigenze operative: proprio questi pool sono tra i bersagli privilegiati dei cybercriminali. Emblematico il caso dell’hack di Ronin Network del 2022 (legato al gioco Axie Infinity): gli hacker hanno sottratto circa 615 milioni di dollari compromettendo le chiavi dei validator e drenando di fatto un grande hot wallet. Anche gli insider rappresentano una minaccia: non mancano episodi di dipendenti di exchange coinvolti in schemi fraudolenti, al punto che molte polizze per i custodi professionali citano espressamente la collusione interna tra i rischi coperti.
Il cold wallet, al contrario, prevede l’archiviazione offline delle chiavi private – su hardware wallet, supporti fisici o persino su carta custodita in cassaforte. Il cold storage riduce drasticamente il rischio di hacking online, ma introduce vulnerabilità di altra natura: furto fisico, smarrimento o danneggiamento del dispositivo/supporto. Se qualcuno entra nel tuo deposito di sicurezza e sottrae l’hardware wallet, o se lo perdi senza avere un backup delle chiavi, i fondi possono andare persi per sempre. Incendi, allagamenti o altri eventi materiali possono distruggere le copie cartacee. Alcune polizze coprono la perdita o distruzione fisica delle chiavi, ma quasi mai rimborsano gli errori o le negligenze dell’utente: ad esempio, inviare fondi all’indirizzo sbagliato è generalmente non assicurabile. In linea di massima, le perdite originare da “errori dell’investitore” sono escluse: le compagnie assicurative si aspettano un livello minimo di diligenza. Il cold storage abbatte il rischio di hack, ma non azzera il rischio complessivo.
Sta emergendo anche una nuova categoria di soluzioni, dove un soggetto terzo come Coincover conserva un backup crittografato della chiave e offre una garanzia – supportata da una copertura assicurativa – di recupero dei fondi o di indennizzo entro un certo massimale in caso di perdita di accesso. È, in sostanza, un servizio assicurato di key recovery che combina tecnologia e polizza per affrontare il vecchio problema delle chiavi smarrite.
In sintesi sui wallet:
- nei hot wallet il rischio principale è il furto (via hack, malware, phishing, social engineering);
- nei cold wallet il rischio dominante è la perdita della custodia (furto o danneggiamento del supporto fisico, smarrimento, mancato backup).
Sia utenti retail sia aziende si confrontano con queste minacce. I principali exchange mitigano il rischio mantenendo circa il 98% degli asset in cold storage e solo il 2% circa in hot wallet, assicurando almeno una parte della componente “calda”. Per l’utente finale, polizze complete sui wallet personali sono ancora poco diffuse; provider come Coincover propongono coperture che possono rimborsare il furto da hot wallet entro determinati limiti, a condizione che l’utente utilizzi le loro soluzioni di monitoraggio delle transazioni.
È cruciale comprendere che l’assicurazione sulle cripto in self‑custody di norma non copre gli errori di comportamento dell’utente (password dimenticate, clic su link di phishing), salvo esplicita previsione di polizza. E, in ogni caso, nessuna copertura interviene sul rischio di mercato: se il valore dei token crolla del 50% per volatilità dei prezzi, non si tratta di un danno assicurabile. L’assicurazione sulle cripto riguarda i rischi operativi e di sicurezza, non le perdite da investimento.
2. Non‑Fungible Token (NFT)
Gli NFT hanno introdotto una nuova classe di asset digitali – collezionabili, opere d’arte, oggetti di gioco – che possono raggiungere valutazioni elevatissime (alcuni esemplari sono stati venduti per milioni di dollari) e sono univocamente identificabili sulla blockchain.
Sul piano della sicurezza, i rischi degli NFT ricalcano in larga misura quelli dei token fungibili: risiedono in wallet, quindi se il wallet viene compromesso gli NFT possono essere trasferiti e sottratti. Un collezionista ha perso decine di NFT della collezione Bored Ape Yacht Club, per un valore superiore a 2,5 milioni di dollari, a seguito di un attacco al wallet partito da una campagna di phishing. A febbraio 2022, il principale marketplace OpenSea è stato oggetto di un exploit che ha portato al furto di circa 250 NFT, per un controvalore intorno a 1,7 milioni di dollari, sfruttando una falla nella procedura di migrazione. Eventi come questi dimostrano che gli NFT sono tanto vulnerabili a hack e furti quanto le criptovalute tradizionali: “non fungibile” significa “unico”, non “non rubabile”. Anzi, la natura pubblica delle proprietà on‑chain rende i grandi collezionisti un obiettivo visibile per phishing e social engineering.
Gli NFT presentano poi criticità specifiche su valutazione e autenticità. L’assicurazione presuppone la possibilità di determinare il valore dell’asset e verificare con chiarezza il danno subito. Il prezzo di un NFT è spesso estremamente volatile e in buona parte soggettivo, paragonabile a quello dell’arte tradizionale: un token pagato 300.000 dollari oggi potrebbe valerne 50.000 tra un anno, se il trend si sgonfia. Per l’assicuratore si pone un quesito sostanziale: indennizzare al prezzo di acquisto, al valore al momento del sinistro o a un valore concordato a monte? C’è anche il tema del valore post‑furto: gli NFT rubati vengono talvolta rivenduti rapidamente (magari a sconto) e, proprio perché unici, l’acquirente può verificare con facilità se l’asset risulta segnalato come rubato sulla blockchain. Paradossalmente, questo non impedisce sempre la transazione, ma complica il quadro in termini di recuperabilità e titolarità. Tutto ciò rende il lavoro di sottoscrizione delle polizze NFT particolarmente complesso.
Non stupisce che, almeno fino a poco tempo fa, quasi nessuna compagnia offrisse coperture NFT al dettaglio. Un’analisi del 2022 rilevava che “alla data di pubblicazione, è disponibile in via generale un solo prodotto assicurativo per NFT – quello di Coincover”, destinato a retail e corporate, con coperture fino a 100.000 dollari per singolo cliente. A marzo 2022, il broker IMA ha annunciato investimenti in R&S proprio per sviluppare metodologie di valutazione del rischio NFT e soluzioni di underwriting, individuando nel vuoto di offerta un’opportunità di mercato.
Oltre al furto, i principali rischi per gli NFT comprendono:
- vulnerabilità degli smart contract dell’NFT o del marketplace (bug che consentono di coniare duplicati o trasferire token senza autorizzazione);
- perdita o indisponibilità dei metadata qualora l’opera o i dati collegati al token siano conservati off‑chain, su servizi che possono fallire o cessare.
Le polizze property o cyber tradizionali difficilmente inquadrano questi scenari in modo puntuale; alcune escludono espressamente token crittografici o asset digitali intangibili. Per le società che operano con NFT (ad esempio i marketplace), la copertura cyber può indennizzare eventi come attacchi alla piattaforma o malfunzionamenti dei server, ma per il singolo collezionista l’accesso a tali coperture è sostanzialmente inesistente nei mercati assicurativi tradizionali. Da qui l’esigenza di prodotti dedicati al mondo crypto.
Un punto cruciale nei contratti è definire che cosa viene esattamente assicurato: il token in sé, il contenuto digitale sottostante, la validità e integrità dei metadata? Come ha sintetizzato Sharon Henley, Vicepresidente di Coincover, in un’intervista a Motley Fool: «Per che cosa stai comprando protezione? Solo per il token? Per la validità dei metadata? ... È importante capire che tipo di copertura stai acquistando.». Poiché l’ecosistema NFT è ancora giovane, il linguaggio contrattuale delle polizze è in evoluzione e gli assicurati devono leggere con attenzione le condizioni per capire cosa effettivamente attiva il diritto all’indennizzo.
In prospettiva, con la maturazione del mercato NFT e la disponibilità di serie storiche sui sinistri, potrebbero emergere prodotti specifici, più simili alle polizze di assicurazione arte. Al momento, tuttavia, la copertura NFT viene in genere inglobata nelle polizze sui wallet (che assicurano il furto di qualunque asset contenuto, fungibile o meno) oppure offerta tramite soluzioni su misura.
3. Posizioni in Finanza Decentralizzata (DeFi)
Chi utilizza protocolli DeFi – ad esempio per prestare token su piattaforme come Aave, fornire liquidità su Uniswap o affidarsi a yield aggregator – si assume rischi di natura diversa rispetto al semplice “buy & hold” di criptovalute.
Il rischio più rilevante è quello di smart contract: una falla nel codice del protocollo può essere sfruttata per drenare i fondi. Gli impatti possono essere enormi. Nel solo 2021 sono stati riportati oltre 10,5 miliardi di dollari di perdite per hack ed exploit in ambito DeFi. Tra i casi più citati:
- l’hack di Rari Capital (circa 80 milioni di dollari) dovuto a una vulnerabilità di tipo reentrancy;
- l’attacco di governance a Beanstalk (181 milioni di dollari sottratti) in cui l’attaccante ha usato un flash loan per acquisire potere di voto sufficiente a far approvare una proposta malevola e auto‑prelevare i fondi.
Le piattaforme DeFi possono fallire anche per difetti di design economico: il codice può funzionare alla perfezione, ma la struttura degli incentivi e dei meccanismi di stabilizzazione può non reggere certe condizioni di mercato. Il crollo della stablecoin algoritmica TerraUSD (UST) nel maggio 2022 è l’esempio paradigmatico: l’algoritmo operava secondo specifiche, ma quando la fiducia di mercato è venuta meno la stablecoin ha perso l’ancoraggio al dollaro ed è entrata in una spirale discendente fino a quotare pochi centesimi, generando perdite stimate in 17 miliardi di dollari. Dal punto di vista assicurativo non si è trattato di un hack, bensì di un fallimento di modello economico – con effetti però molto concreti per gli investitori. Alcuni operatori hanno sviluppato prodotti ad hoc, le cosiddette polizze di “depeg insurance”, pensate per coprire la perdita del peg delle stablecoin entro determinati parametri.
Gli utenti DeFi sono esposti anche ai rischi legati agli oracoli di prezzo. Molti protocolli si basano su feed esterni per determinare il valore degli asset e attivare processi automatici come le liquidazioni. Se l’oracolo fornisce dati errati – per blackout, ritardo o manipolazione di un mercato a bassa liquidità – si possono verificare liquidazioni non dovute o vere e proprie sottrazioni di fondi. Un caso esemplificativo è quello di Inverse Finance, che nel 2022 ha subito una perdita di 15 milioni di dollari quando un attaccante ha manipolato il prezzo del token di governance usato come collaterale, inducendo il protocollo a concedere prestiti non sufficientemente coperti. Questa forma di manipolazione dell’oracolo…gli attacchi legati all’automazione on-chain tipica della DeFi sono un fenomeno specifico di questo ecosistema e sono in netta crescita, con perdite complessive nell’ordine di centinaia di milioni di dollari.
Un’ulteriore categoria di rischio è rappresentata dagli attacchi di governance nei protocolli decentralizzati. Se i token di governance di un progetto sono troppo concentrati o reperibili a basso costo, un attore malevolo può accumularne a sufficienza per far passare proposte che dirottano i fondi. L’exploit di Beanstalk citato in precedenza ha sfruttato esattamente questa dinamica: l’attaccante ha temporaneamente acquisito la maggioranza dei voti ed eseguito un prelievo fraudolento.
C’è poi il rischio di custodia nella DeFi quando entra in gioco il ponte con la CeFi: molti utenti DeFi continuano a fare affidamento su exchange centralizzati per convertire fiat, fare on-ramp/off-ramp o spostare capitali tra blockchain diverse. Se questi soggetti centralizzati bloccano i prelievi o finiscono in bancarotta (come accaduto a Celsius e Voyager nel 2022), le posizioni DeFi degli utenti possono restare congelate o subire forti perdite di valore. Da qui sono nati alcuni prodotti di assicurazione o “cover” contro il default degli exchange o il “custodian risk”: un fornitore di coperture DeFi si impegna a rimborsare l’utente se un grande exchange che detiene i suoi asset sospende i prelievi. In sostanza, pur non essendo un bug di smart contract, si riconosce che un fallimento CeFi può avere effetti diretti sugli utenti DeFi; per questo alcune mutualità hanno iniziato a offrire tutele che colmano proprio questo vuoto.
Alla luce di questa pluralità di rischi, si capisce perché sia nata un’intera nuova classe di coperture – indicate più spesso come “DeFi cover” che come assicurazione tradizionale. I prodotti di DeFi cover coprono oggi circa otto macro-categorie, tra cui coperture contro gli hack di protocollo, contro il depeg delle stablecoin, e cover su token fruttiferi (per esempio per proteggersi dal caso in cui il prezzo di una quota di un vault Yearn si discosti per effetto di un buco patrimoniale), oltre ad altre tipologie. Ogni categoria ha trigger ed esclusioni propri, con uno sforzo di standardizzazione ancora in corso. Ad esempio, una protocol cover può includere nel perimetro sia exploit tecnici sia errori operativi, fino ad arrivare agli attacchi di governance – ma l’esatto perimetro varia da provider a provider. Per l’utente, leggere le clausole nel dettaglio è cruciale: una copertura può pagare in caso di qualsiasi tipo di attacco, un’altra solo se i fondi sono persi in modo irreversibile (se l’hacker restituisce i capitali, la richiesta di indennizzo potrebbe non essere valida).
In sintesi, le posizioni DeFi sono ad alto rischio ma presentano anche un forte bisogno di assicurazione. Quando si depositano asset in uno smart contract, ci si espone direttamente al codice e all’architettura di quel contratto: se qualcosa si rompe, gli asset possono diventare irrecuperabili – un rischio molto diverso dall’avere denaro in banca, dove vigono regole, tutele e sistemi di garanzia. L’assicurazione cripto per la DeFi cerca di colmare proprio questa lacuna. Ad oggi solo una piccola frazione del total value locked (TVL) in DeFi è assicurata, ma con il moltiplicarsi degli incidenti – dal collasso di UST alle varie truffe e rug pull – l’interesse degli utenti verso le coperture è aumentato. Il depeg di UST nel 2022 è diventato un vero banco di prova che ha rafforzato la credibilità dell’assicurazione DeFi: tra Nexus Mutual, InsurAce, Risk Harbor e altri, sono stati pagati complessivamente circa 22–25 milioni di dollari agli utenti che avevano acquistato cover contro il depeg di UST o di protocolli collegati. Questi rimborsi (nel caso di InsurAce è stato approvato il 98% delle richieste legate al depeg di UST) hanno mostrato che questi assicuratori alternativi sono in grado di intervenire in una crisi, “salvando” almeno in parte alcuni investitori dalla rovina totale. Hanno dimostrato come il bisogno di assicurazione non sia mai stato così evidente, come ha osservato un membro del team InsurAce dopo l’implosione di Terra.
Nel complesso, gli utenti cripto si trovano esposti a una costellazione di rischi: furti e hack, malfunzionamenti tecnici, errori umani, frodi, fino ad arrivare a sequestri o congelamenti regolamentari (un ulteriore fronte di rischio: ad esempio, un governo potrebbe sanzionare un protocollo o uno specifico indirizzo, compromettendo l’accesso ai fondi). L’assicurazione tradizionale tende a coprire male questi scenari nel contesto cripto, motivo per cui stanno prendendo forma prodotti assicurativi specialistici. Che si tratti del wallet personale violato, del JPEG “blue chip” sottratto, o della yield farm DeFi che implode per un bug, gli scenari possibili sono inquietanti – ma comprenderli è il primo passo per mitigarli. Dopo aver passato in rassegna ciò che può andare storto, è il momento di vedere chi offre tutele contro questi eventi: i provider di assicurazione cripto, sia centralizzati sia decentralizzati.
Provider di Assicurazione Cripto Centralizzati vs Decentralizzati
Oggi l’assicurazione cripto si articola in due grandi modelli: i provider tradizionali e centralizzati (che includono assicuratori consolidati o startup che operano all’interno del quadro assicurativo classico) e le piattaforme assicurative decentralizzate che sfruttano blockchain, token e pool di rischio gestiti dalla community. Entrambi mirano a coprire i rischi cripto, ma con modalità operative profondamente diverse. Vediamo come funziona ciascun modello e poi confronteremo alcuni dei principali attori, i prodotti offerti e il loro posizionamento in termini di coperture e fiducia.
Provider Tradizionali e Centralizzati
Sul fronte centralizzato, troviamo organizzazioni che assomigliano ai tradizionali assicuratori o broker: sottoscrivono polizze tramite contratti legali, spesso supportati da robuste risorse patrimoniali o attraverso il marketplace dei Lloyd’s di Londra. In genere richiedono procedure KYC (Know Your Customer) di verifica dell’identità e lavorano più frequentemente con imprese e clienti ad alta patrimonializzazione che con l’utenza retail. Questi operatori portano in dote la credibilità e la compliance regolamentare del settore assicurativo, ma spesso con minore flessibilità e barriere d’ingresso più alte (lunghe fasi di underwriting, ambiti di copertura limitati).
I Lloyd’s di Londra meritano una menzione speciale come storico marketplace assicurativo che ha giocato un ruolo chiave nello sviluppo dell’assicurazione cripto. Lloyd’s non è una singola compagnia, ma un mercato di sindacati che assumono rischi assicurativi. Negli ultimi anni, diversi sindacati dei Lloyd’s hanno lanciato polizze cripto innovative. Abbiamo già citato la polizza sul “hot wallet” sviluppata dal sindacato Atrium insieme a Coincover nel 2020: una mossa pionieristica che per la prima volta ha offerto una garanzia contro il furto di hot wallet con il marchio Lloyd’s, dotata di un massimale dinamico indicizzato ai prezzi delle criptovalute. La polizza era supportata da un panel di assicuratori dei Lloyd’s (fra cui pesi massimi come Tokio Marine Kiln e Markel) tramite la Lloyd’s Product Innovation Facility, una sorta di sandbox per l’esplorazione di nuovi rischi. Il suo successo ha dimostrato che il mercato secolare dei Lloyd’s, celebre per assicurare navi e tesori, può adattarsi anche a coprire token digitali. Come ha sottolineato il responsabile Innovazione dei Lloyd’s, «C’è una crescente domanda di coperture che possano proteggere le criptovalute… Lloyd’s è la sede naturale per l’innovazione assicurativa grazie alla capacità unica dei sindacati di collaborare nell’assicurare nuovi rischi.» Il modello collaborativo di Lloyd’s è effettivamente ben calibrato per le sfide del cripto: più underwriter possono prendere ciascuno una quota di un grande rischio, spalmandolo. Questo è quanto accaduto, ad esempio, per la polizza di Kingdom Trust (l’assicuratore non è stato nominato, ma con ogni probabilità hanno partecipato diversi sindacati) e per altre coperture simili. Nel 2023, come ricordato, l’Arch Syndicate 2012 presso i Lloyd’s (gestito da Arch Capital) ha siglato un accordo con la società specializzata Evertas per strutturare una maxi-polizza da 420 milioni di dollari su asset in custodia. In pratica Arch – assicuratore tradizionale – fornisce capacità, mentre Evertas, in qualità di “coverholder” dei Lloyd’s, analizza e sottoscrive il rischio per suo conto. Evertas ha presentato questo contratto come il limite di copertura più elevato mai offerto sul cripto da un singolo assicuratore, senza dover mettere insieme un’intera cordata di co-assicuratori. Operazioni di questo tipo, condotte dai sindacati dei Lloyd’s, stanno ampliando la capacità disponibile per assicurare grandi player come gli exchange – un elemento cruciale nell’era post-FTX, in cui regolatori e clienti pretendono garanzie robuste sul fatto che i fondi non possano semplicemente svanire.
Oltre ai Lloyd’s, alcuni assicuratori e broker tradizionali hanno creato linee di business specifiche per il mondo cripto. Nel brokerage, Aon e Marsh hanno costituito team dedicati al rischio legato agli asset digitali, che hanno contribuito a strutturare coperture per decine di operatori del settore. Marsh ha avuto un ruolo rilevante nel piazzare una polizza “excess” da 150 milioni di dollari per Coinbase alcuni anni fa e nel progetto di captive insurance di Gemini. Sul fronte assicurativo diretto, colossi come Munich Re (uno dei maggiori riassicuratori globali) studiano da tempo il rischio cripto e hanno fornito riassicurazione a startup emergenti (Munich Re ha riassicurato la polizza pilota di Chainproof nel 2022, come ricordato). Sompo, grande assicuratore giapponese, ha investito direttamente in Chainproof e ne sostiene l’attività di underwriting. Allianz avrebbe avviato lo sviluppo di prodotti assicurativi dedicati al cripto. L’assicuratore specialistico Arch, oltre ad operare via Lloyd’s, ha Arch Insurance (UK) che emette polizze cripto in proprio. In parallelo, numerosi carrier più piccoli attivi sui mercati di Londra e dell’Europa – spesso con esperienza in cyber risk o nelle polizze “specie” (valori, metalli preziosi, opere d’arte) – hanno iniziato a sottoscrivere rischi cripto caso per caso. Negli Stati Uniti, la National Association of Insurance Commissioners (NAIC) ha messo in guardia le compagnie sulle esposizioni in criptovalute e sostanzialmente vieta agli assicuratori regolamentati di detenere cripto nei propri bilanci, senza però impedire agli “surplus lines insurers” – che operano al di fuori della regolamentazione standard sui rischi ad alta volatilità – di coprire iniziative cripto in specifiche nicchie.
Coincover è un esempio di insurtech che funge da ponte verso il mondo cripto. Fondata nel 2018 nel Regno Unito, Coincover si propone non tanto come assicuratore in senso stretto, quanto come provider di “crypto security and insurance”. L’offerta combina tecnologia e garanzia assicurativa: la società fornisce, ad esempio, sistemi per proteggere la chiave privata di un wallet (con backup cifrato e monitoraggio delle transazioni) e, se qualcosa va storto, entra in gioco una garanzia assicurativa che copre la perdita. I servizi Coincover sono integrati da diversi wallet provider ed exchange per aggiungere un ulteriore livello di protezione. Secondo una review legale, Coincover fornisce “servizi di sicurezza e una copertura limitata agli individui che detengono asset in quasi 20 wallet ed exchange, tra cui Crypto.com”. Ad esempio, Ledger – produttore di hardware wallet – ha stretto una partnership con Coincover per il servizio opzionale Ledger Recover, che archivia quote cifrate delle chiavi ed è supportato da una garanzia assicurativa.garanzia in caso di malfunzionamento del servizio. Nel mondo degli NFT, Coincover ha lanciato nel 2022 coperture per i consumatori fino a 100.000 dollari. In pratica, Coincover svolge il ruolo di intermediario verso il cliente finale: la polizza vera e propria è sottoscritta da grandi compagnie (come i sindacati dei Lloyd’s), ma il marchio e l’interfaccia verso l’utente restano Coincover. Dal punto di vista dell’utente, se il proprio wallet è protetto da Coincover, si può avere diritto a un rimborso se, ad esempio, i sistemi del fornitore del wallet vengono compromessi e i fondi vengono sottratti. Il modello di Coincover mostra bene come i provider centralizzati di solito si integrano con le piattaforme crypto: invece di vendere una polizza direttamente al retail, stringono partnership con wallet o exchange per “impacchettare” l’assicurazione come servizio a valore aggiunto. Questo semplifica la distribuzione e garantisce standard di sicurezza adeguati, perché il partner è tenuto a implementare la tecnologia Coincover. L’esistenza e la crescita di Coincover evidenziano una realtà di fondo dell’assicurazione crypto: mitigazione del rischio tecnologico e copertura assicurativa procedono spesso di pari passo. Gli assicuratori vogliono vedere pratiche di sicurezza robuste (wallet multi‑firma, cifratura, sistemi di monitoraggio) e, in alcuni casi, sono loro stessi o le insurtech a fornire questi strumenti per ridurre la probabilità di sinistri.
Un altro attore centralizzato chiave è Chainproof. Come descritto in precedenza, Chainproof è un assicuratore regolamentato specializzato nella copertura dei contratti smart in ambito DeFi. Funziona secondo una struttura assicurativa tradizionale (polizze, gestione dei sinistri, vigilanza da parte delle autorità di Bermuda, ecc.), ma l’attività di underwriting è strettamente legata alla competenza in sicurezza blockchain. Incubando Chainproof, Quantstamp ha di fatto svolto il ruolo di underwriter tecnico, sfruttando l’esperienza maturata nell’audit di oltre 200 miliardi di dollari in asset digitali per valutare il rischio dei protocolli. Il lancio di Chainproof è stato significativo perché mirava esplicitamente agli investitori istituzionali in DeFi, i quali non possono utilizzare i mutual crypto non regolamentati per motivi di compliance. Per esempio, un hedge fund statunitense potrebbe voler fornire liquidità a una piattaforma DeFi, ma essere vincolato da regole interne che lo impediscono in assenza di una copertura contro gli hack emessa da un assicuratore regolamentato. Chainproof (con Sompo e Munich Re alle spalle) può emettere a quel fondo una polizza a tutti gli effetti, in grado di soddisfare il comitato rischi. In fase iniziale, Chainproof prevedeva di assicurare un numero ristretto di protocolli DeFi già sottoposti ad audit, con un limite di copertura intorno ai 10 milioni di dollari come progetto pilota, per poi scalare. Ha inoltre ottenuto lettere di supporto riassicurativo da grandi riassicuratori, un elemento rilevante: indica la disponibilità, almeno di principio, del settore riassicurativo tradizionale a fare da “paracadute” al rischio crypto, purché il prodotto sia strutturato in modo adeguato. Chainproof e iniziative analoghe (come il possibile progetto del team di Euler Finance, che secondo indiscrezioni avrebbe esplorato un assicuratore on‑chain) mostrano una convergenza tra capitale centralizzato e modelli di valutazione del rischio specifici per il mondo crypto.
Va citata anche Evertas, compagnia di assicurazione crypto con base negli Stati Uniti. Evertas è stata una delle prime startup interamente focalizzate sull’assicurazione di asset digitali. Ha ottenuto una licenza come assicuratore a Bermuda ed è diventata coverholder dei Lloyd’s nel 2022. La sua strategia è lavorare a stretto contatto con i grandi assicuratori (come Arch nel mercato Lloyd’s) per aumentare i limiti di copertura e sviluppare programmi assicurativi per soggetti quali exchange, custodian e perfino operatori di mining. L’articolo Reuters del 2023 sulla polizza da 420 milioni di dollari targata Evertas/Arch segnalava anche che Evertas è ora in grado di assicurare hardware per il mining crypto fino a 200 milioni di dollari di valore, sostanzialmente una copertura property per grandi farm di mining. Questa diversificazione – copertura sia dei rischi crime (furto di chiavi) sia dei rischi property (infrastrutture di mining) – da parte di un player specialistico è un altro indicatore di maturazione del mercato. Evertas ha indicato che oggi solo il 2–3% degli asset crypto è assicurato, ma che gli assicuratori più prudenti stanno via via concludendo che «esiste un business sufficiente e una domanda sufficiente» per giustificare l’ingresso in questo nuovo segmento. Evertas e società simili sottoscrivono in genere un’ampia gamma di polizze: dalla crime insurance (che indennizza il furto di chiavi private da parte di terzi) alla specie insurance (copertura di asset custoditi in caveau) fino alla responsabilità professionale (per i fornitori di servizi crypto che possono essere citati in giudizio), e così via. In sostanza, stanno traducendo le linee assicurative tradizionali (property, crime, responsabilità civile, D&O, ecc.) nei contesti crypto. Per esempio, una polizza Tech E&O (Errors & Omissions) o Cyber per un exchange può coprire le perdite derivanti da una violazione di sicurezza, mentre una polizza Directors & Officers (D&O) per i vertici di una società crypto tutela le spese legali in caso di azioni per mala gestio – eventualità che nel settore si è già verificata.
Va sottolineato che i provider centralizzati di assicurazione crypto tendono a limitare la capacità e imporre condizioni rigorose. La maggior parte delle polizze richiede un’attività di underwriting molto approfondita: gli assicuratori analizzano in dettaglio i protocolli di sicurezza del richiedente, esigono audit tecnici e spesso introducono sub‑limiti o esclusioni su determinate fattispecie. Un’esclusione frequente nelle polizze per i custodian riguarda le perdite dovute a negligenza del personale del custode o a errori dell’utente che esulano dal controllo del custode stesso. Un’altra limitazione tipica: molte polizze coprono solo i furti e non la “sparizione misteriosa” di asset se non viene provato che si tratti effettivamente di furto, per evitare controversie sull’origine della perdita (hack esterno o insider). Questi assicuratori devono anche decidere in che forma liquidare i sinistri: in fiat, in crypto o lasciando la scelta al cliente? La volatilità dei prezzi è una sfida non banale: se un exchange assicura 100 milioni di dollari in Bitcoin e il prezzo del Bitcoin raddoppia, l’assicuratore si ritrova potenzialmente esposto a 200 milioni, a meno che la polizza non preveda un tetto esplicito. Per questo motivo la polizza Lloyd’s‑Coincover con limite dinamico è risultata particolarmente interessante: ha affrontato il problema ancorando la copertura al valore in tempo reale della moneta. In assenza di simili meccanismi, gli assicuratori preferiscono definire il limite in termini fiat, aggiornandolo periodicamente o al rinnovo.
I limiti di copertura offerti dai provider centralizzati variano sensibilmente: le startup più piccole possono ottenere polizze da circa 5 milioni di dollari, mentre i grandi exchange oggi arrivano a strutturare programmi assicurativi complessivi tra 100 e 750 milioni, tramite più layer (spesso ripartiti tra diversi assicuratori e linee di copertura). La polizza singola da 420 milioni Evertas/Arch è un caso eccezionale; più di frequente, vari assicuratori assumono “tranche” da 50 milioni, arrivando così a coprire collettivamente qualche centinaio di milioni. Per confronto, i pool decentralizzati (Nexus Mutual, ecc.) dispongono al momento solo di capitali nell’ordine di qualche centinaio di milioni al massimo, il che limita la capacità per singolo protocollo (storicamente Nexus ha fissato limiti per rischio nell’ordine di pochi milioni, anche se di recente può arrivare fino a 20 milioni per rischio tramite pool in forma di syndicate).
Prima di passare agli operatori decentralizzati, vale la pena riepilogare alcuni provider centralizzati di rilievo e i rispettivi ruoli:
- Syndicate Lloyd’s (Atrium, Arch, ecc.): Pionieri nella copertura dei hot wallet, grandi polizze di custodia, operano in genere tramite broker per assicurare exchange, custodian e provider di wallet. I Lloyd’s offrono l’infrastruttura su cui si strutturano molte operazioni di assicurazione crypto, consentendo a più assicuratori di condividere il rischio. Promuovono inoltre l’innovazione tramite iniziative come la Product Innovation Facility.
- Coincover: Insurtech che fornisce protezione assicurata per wallet e NFT a clienti retail e business. Funziona da canale di distribuzione della copertura – collaborando con gli underwriter per assicurare perdite specifiche (come l’hacking di un wallet o le truffe coperte dal servizio di transazioni “protette”). Coincover punta molto sulla prevenzione (backup delle chiavi, analisi delle transazioni) abbinata a una garanzia supportata da polizza.
- Evertas: Assicuratore specializzato che opera nei Lloyd’s e su altri mercati, focalizzato su grandi polizze commerciali per aziende crypto. Porta nel settore la disciplina tipica dell’underwriting tradizionale, rivendicando il ruolo di primo assicuratore dedicato esclusivamente al crypto. Attraverso partnership (come quella con Arch) ha contribuito ad ampliare notevolmente la capacità disponibile.
- Chainproof: Assicuratore regolamentato per il mondo DeFi che colma il gap nella copertura per gli investitori istituzionali. Pur facendo leva su grandi compagnie tradizionali, è gestito da specialisti di sicurezza blockchain; è centralizzato nella forma (polizze standard), ma innovativo nel focus sul rischio non‑custodial (contratti smart), segmento che l’industria assicurativa classica aveva finora sfiorato solo marginalmente.
- Broker tradizionali (Aon, Marsh) e assicuratori globali (Munich Re, ecc.): Non hanno un ruolo visibile nella community crypto ma operano dietro le quinte nella strutturazione dei programmi. Hanno aiutato molti exchange a ottenere coperture in modo discreto (spesso gli accordi restano confidenziali, salvo che sia la piattaforma stessa a divulgarli). Per esempio, Robinhood ha reso noto di avere coperture Lloyd’s per i propri asset crypto; Coinbase e Gemini hanno lavorato estesamente con questi canali per procurarsi le rispettive polizze.
I provider centralizzati non coprono soltanto il furto, ma anche la responsabilità professionale e i rischi legati alla compliance. Per esempio, se un custodian crypto deve disporre di una “financial institutions bond” o crime bond (che copre anche furti interni), assicuratori come Chubb o Travelers hanno cominciato a inserire clausole specifiche per gli asset digitali in queste garanzie. Analogamente, la D&O per le società crypto è oggi un segmento molto dinamico: i manager chiedono protezione nel caso vengano citati in giudizio dagli investitori o indagati dai regolatori, eventualità concrete nel contesto delle valute digitali. A Hong Kong, con il rafforzarsi del quadro normativo per le piattaforme di trading crypto, la D&O sta diventando un tema centrale per tutelare gli amministratori dal rischio di azioni legali. Tutte queste coperture rientrano ancora nel perimetro dell’assicurazione centralizzata e vengono offerte progressivamente man mano che il quadro giuridico si chiarisce.
Piattaforme di Assicurazione Decentralizzata
Parallelamente ai player tradizionali, si è sviluppato un ecosistema vivace di piattaforme di assicurazione decentralizzata (spesso definite DeFi insurance o cover protocol). Queste piattaforme operano su reti blockchain (per lo più Ethereum e chain compatibili) e utilizzano smart contract, token e governance comunitaria per offrire copertura. In genere non dispongono di licenze assicurative formali; funzionano piuttosto come comunità di mutualità tra membri o DAO (Decentralized Autonomous Organization) che mettono in comune fondi da utilizzare per indennizzare i partecipanti al verificarsi di determinati eventi. Pur non configurandosi come “assicurazione” in senso stretto dal punto di vista legale (alcune…Dal punto di vista regolamentare (alcune giurisdizioni potrebbero considerarli forme di autoassicurazione o mutua assistenza), svolgono comunque un ruolo economico molto simile a quello dell’assicurazione tradizionale. Vediamo alcuni tra i principali provider decentralizzati e come funzionano:
Nexus Mutual – Lanciata nel 2019, Nexus è la pioniera dell’“assicurazione” in DeFi. È strutturata come una discretionary mutual: significa che la mutua può decidere se pagare o meno i sinistri a discrezione dei membri, anche quando determinate condizioni legali non sono pienamente soddisfatte. Proprio questa flessibilità fa sì che, dal punto di vista giuridico, non venga definita formalmente “assicurazione”, ma nella pratica per i membri funziona in modo molto simile a una polizza assicurativa.
Nexus è partita offrendo coperture per Smart Contract, cioè protezione contro utilizzi imprevisti del codice (bug o exploit) su vari protocolli DeFi. Col tempo ha ampliato il catalogo includendo coperture contro il fallimento di exchange centralizzati, l’insolvenza di custodian e persino eventi di depeg delle stablecoin. Per utilizzare Nexus è necessario diventare membri, con una KYC di base e l’acquisto di una piccola quantità del token di membership NXM. I premi delle coperture si pagano in NXM o ETH, mentre i sinistri vengono valutati tramite voto dei membri.
Nexus dispone di un pool di capitale, principalmente in ETH, che sostiene tutte le coperture attive. La solvibilità viene gestita attraverso una bonding curve che adegua il prezzo del token NXM rispetto alle attività e passività del pool – una sorta di bilancio assicurativo automatizzato on-chain. A fine 2024 il capitale di Nexus Mutual era intorno ai 200 milioni di dollari (denominati in ETH). È proprio la dimensione del pool a porre il limite massimo alla capacità assuntiva: di norma Nexus definisce massimali per singolo protocollo o per singola copertura.
Negli ultimi anni Nexus ha innovato introducendo i “syndicate pool” interni, che permettono ai membri di mettere a rischio capitale su specifici rischi in cambio di rendimenti più elevati. Il parallelo più immediato è con i sindacati di Lloyd’s of London, sostenuti dai “Names”: non a caso il founder Hugh Karp ha spesso paragonato i membri di Nexus agli investitori di Lloyd’s che accettano di assumere rischi in cambio di rendimento.
Il track record di Nexus è significativo. Dal 2019 avrebbe sottoscritto coperture per circa 5 miliardi di dollari e liquidato sinistri per 18 milioni di dollari, da episodi come la crisi di MakerDAO del 2020 a diversi hack di exchange. Queste liquidazioni dimostrano che il modello mutualistico può funzionare: i membri, incentivati a preservare la reputazione della mutua, nella maggior parte dei casi hanno votato per pagare i sinistri ritenuti validi.
Non sono mancate le critiche: poiché i detentori di NXM condividono il medesimo pool di capitale, c’è chi sostiene che abbiano un incentivo a respingere le richieste di indennizzo per evitare perdite. Questo potenziale conflitto di interesse è stato messo in evidenza da competitor come Risk Harbor. In un caso del 2020, Nexus respinse inizialmente le richieste legate a un hack di bZx per una questione di formulazione contrattuale, circostanza che suscitò polemiche. In seguito Nexus ha rivisto i wording delle coperture per evitare situazioni simili e ha pagato alcuni sinistri di rilievo (come i 2,4 milioni di dollari per l’exploit di Yearn Finance nel 2021).
Governance e gestione dei sinistri sono quindi elementi centrali per gli assicuratori decentralizzati. Nexus utilizza un sistema di quorum e maggioranza tra i claims assessor che mettono in stake i token; se un sinistro venisse respinto in modo palesemente errato, esiste in teoria un meccanismo di backstop di governance per ribaltare la decisione, sebbene sia stato usato di rado. Da notare che Nexus Mutual richiede KYC e non è aperta globalmente: gli utenti statunitensi sono geobloccati per prudenza regolamentare. Operativamente il protocollo è decentralizzato, ma l’accesso non è del tutto permissionless.
InsurAce – Lanciato all’inizio del 2021, InsurAce è un altro protocollo di riferimento nell’assicurazione DeFi. Si è posizionato fin da subito come piattaforma multi-chain user-friendly: partenza su Ethereum, poi estensione a Binance Smart Chain, Polygon, Avalanche e altre reti. Una delle sue innovazioni è la copertura “di portafoglio”: l’utente può acquistare un’unica copertura che abbraccia più protocolli o asset, ottimizzando così il premio complessivo.
InsurAce ha un proprio token, INSUR, utilizzato per la governance e come incentivo per i fornitori di capitale e i valutatori dei sinistri. Il processo di liquidazione passa attraverso un voto della community di staker di INSUR, in modo analogo al modello di Nexus con NXM.
Il momento di svolta per InsurAce è arrivato con il depeg di Terra UST nel maggio 2022. Il protocollo aveva venduto coperture specifiche per il “depeg di UST” che prevedevano l’indennizzo se UST fosse scesa sotto determinati livelli. Quando UST è di fatto collassata, InsurAce ha reagito rapidamente: ha attivato le procedure di sinistro 48 ore dopo l’evento e ha pagato complessivamente circa 12 milioni di dollari a 155 assicurati, rivendicando un tasso di approvazione dei sinistri del 98%. Questo intervento tempestivo ha contribuito ad accrescere la credibilità di InsurAce (anche Cointelegraph ha raccontato come il protocollo fosse “corsa in soccorso” dei detentori di UST).
Nello stesso frangente, però, InsurAce è finita sotto tiro per aver ridotto la finestra temporale per presentare le richieste di rimborso su UST da 15 a 7 giorni, una modifica annunciata in corsa che ha colto di sorpresa alcuni utenti e ha alimentato accuse di voler limitare i payout. Il team ha difeso la scelta come misura necessaria nelle circostanze straordinarie, ma l’episodio mostra quanto anche le piattaforme di assicurazione decentralizzata possano trovarsi a gestire problemi di fiducia quando le decisioni di governance appaiono troppo autoreferenziali.
Dopo l’episodio Terra, InsurAce ha dichiarato di aver offerto copertura su 340 milioni di dollari di asset, distribuiti su 140 protocolli e migliaia di utenti, continuando nel frattempo a sviluppare la “v2” con tokenomics riviste e nuove funzionalità.
Risk Harbor – Questa piattaforma ha scelto una filosofia diversa: rimuovere completamente la governance dal processo di liquidazione dei sinistri. Lanciata a metà 2021, con il supporto di investitori come Pantera e Coinbase Ventures, Risk Harbor è un marketplace di assicurazione DeFi di tipo parametrico.
Quando si acquista una copertura su Risk Harbor, le condizioni di payout sono definite a priori nello smart contract. Per esempio, si può comprare una copertura che paga 1 ETH se il prezzo del token di un determinato pool scende oltre una certa soglia a causa di un hack: la logica che rileva l’evento è codificata on-chain, magari verificando un tasso di cambio o il tasso di rimborso. Se l’evento si verifica, lo smart contract effettua automaticamente il pagamento dal pool di liquidità, senza bisogno di alcun voto umano.
I founder di Risk Harbor sostengono che la valutazione discrezionale introduce inevitabilmente bias: “quando un processo di governance deve decidere, tende a inclinarsi verso la non legittimità dei sinistri perché non si vuole pagare con il proprio denaro”. La loro risposta è portare tutte le regole on-chain, senza margini interpretativi: se i parametri sono rispettati, l’indennizzo scatta; in caso contrario, no. Questo tipo di schema viene definito “assicurazione parametrica”: nel mondo tradizionale, ad esempio, un payout viene attivato se la velocità del vento in un uragano supera una certa soglia; in DeFi può essere il prezzo o la redimibilità di un asset.
Risk Harbor è partita con prodotti di copertura per eventi come il depeg di stablecoin (ha rilevato il protocollo di assicurazione interno di Terra, Ozone, dopo il collasso dell’ecosistema) e la protezione dei token di rendimento (coperture per casi in cui un token come cUSDC non sia più riscattabile 1:1 a causa di un hack). Il modello è quello di un marketplace a doppio lato: da una parte ci sono gli acquirenti di protezione che pagano il premio; dall’altra gli underwriter che forniscono capitale ai pool per guadagnare premi e yield. Gli underwriter, di fatto, scommettono che l’evento assicurato non avverrà: se il sinistro non si verifica, incassano i premi; se si verifica, subiscono le perdite per finanziare i payout.
L’innovazione di Risk Harbor è rilevante perché mira a offrire sinistri trustless e istantanei, molto attraenti per utenti che temono l’eventuale rifiuto da parte di una DAO. Il rovescio della medaglia è la complessità nella progettazione dei trigger parametrici: se sono troppo stretti, rischiano di non coprire molti danni reali (falsi negativi); se troppo ampi, possono generare pagamenti anche quando non sarebbero strettamente necessari (falsi positivi).
Per ridurre il rischio legato agli oracoli, su alcuni prodotti Risk Harbor evita feed esterni e usa invece la redimibilità on-chain come parametro di attivazione: per esempio, se un token di rendimento non è più riscattabile ad almeno X% del suo valore teorico, il pool paga. È una condizione verificabile direttamente dallo stato del protocollo. Secondo Joey Krug, co-CIO di Pantera Capital, Risk Harbor dovrebbe essere più efficiente in termini di capitale rispetto ad altri modelli, anche perché gli underwriter possono generare rendimento sul capitale mentre questo resta vincolato a coprire i rischi, in modo non dissimile da come Berkshire Hathaway investe la “float” assicurativa.
Unslashed Finance – Altro progetto DeFi dedicato alle coperture, lanciato nel 2021, Unslashed offriva un ventaglio piuttosto ampio di prodotti: coperture contro hack di exchange e di protocolli, depeg di stablecoin, fino a polizze specifiche per eventi di liquidazione di hedge fund crypto. Il modello prevedeva che gli underwriter potessero allocare capitale in diversi “bucket di rischio” e incassare i premi relativi.
Unslashed ha raccolto un seed da 2 milioni di dollari e, nelle fasi iniziali, ha conquistato una certa trazione coprendo protocolli ed exchange di primo piano. Un elemento peculiare era la tokenizzazione immediata delle polizze: la copertura veniva rappresentata da un NFT potenzialmente trasferibile o rivendibile sul mercato secondario.
La valutazione dei sinistri era affidata a un comitato di claims assessor indipendenti per attenuare il bias legato ai detentori di token; in caso di disaccordo, era previsto un meccanismo di arbitrato. Il protocollo ha effettivamente pagato alcuni sinistri, ad esempio per l’hack di Cream Finance nel 2021. Negli ultimi tempi però Unslashed è apparso molto meno attivo, e dalla community sono emerse segnalazioni di difficoltà, come problemi nel ritiro del capitale. È un promemoria di quanto sia difficile far decollare un business assicurativo: servono capitale sufficiente per essere credibili e una base abbastanza ampia di acquirenti di coperture per generare premi, un classico problema “uovo e gallina”.
Sherlock – Attore atipico nel panorama, Sherlock è innanzitutto una piattaforma di auditing di smart contract e bug bounty, ma offre anche una forma di “copertura” ai protocolli che utilizzano i suoi servizi. Il modello è prevalentemente B2B: un protocollo DeFi si sottopone a un audit di Sherlock, e Sherlock offre una copertura fino a 2 milioni di dollari per eventuali perdite derivanti da exploit sul codice auditato. I protocolli pagano una fee assimilabile a un premio assicurativo.
Parallelamente, Sherlock mantiene un pool di capitale alimentato da staker che guadagnano yield; il token SHER è utilizzato per governance e incentivi. L’obiettivo è allineare gli incentivi: avere in casa esperti di sicurezza di alto profilo e offrire coperture solo sui protocolli che hanno superato la due diligence tecnica. È una sorta di garanzia assicurativa agganciata all’attività di audit.
Anche Sherlock ha però dovuto affrontare la prova dei fatti: quando, a marzo 2023, si è verificato l’hack di Euler Finance (Euler era stata auditata e…Coperta da Sherlock), l’operazione ha generato una passività potenziale molto rilevante. Nel caso di Euler, l’hacker ha poi restituito la maggior parte dei fondi, ma l’episodio ha messo in luce come le riserve di Sherlock avrebbero potuto essere azzerate (DLNews ha riportato un forte calo della treasury di Sherlock, sollevando dubbi sulla sua solvibilità). Sherlock è un esempio di come l’assicurazione possa essere integrata con la mitigazione del rischio (in questo caso, le audit) per offrire un pacchetto di sicurezza più completo.
Nel confronto fra queste soluzioni decentralizzate:
- Prodotti coperti: Le piattaforme DeFi sono partite coprendo i “protocol hack” (fallimenti degli smart contract) e poi hanno esteso l’offerta a eventi come il depeg delle stablecoin, l’insolvenza di custodi/exchange e la copertura di token di yield. Oggi Nexus e InsurAce hanno un perimetro piuttosto ampio – dai bug nei protocolli DeFi a incidenti nel mondo CeFi. Risk Harbor si è concentrata su casi parametrici mirati (stablecoin, token di rendimento, rischio bridge). Tra i concept più recenti c’è l’assicurazione sul “slashing” (per gli staker nelle reti proof-of-stake – ad esempio Chainproof si stava muovendo in questa direzione con coperture per lo staking di Ethereum).
- Massimali di copertura: In generale, sono inferiori a quelli dell’assicurazione tradizionale. Nexus Mutual, per esempio, per molto tempo ha offerto solo alcuni milioni di dollari per singolo protocollo (anche se, con il recente modello a sindacati e le partnership con broker, ha pubblicizzato fino a 20 milioni di copertura on-chain per rischio per un nuovo prodotto). Anche InsurAce ha imposto limiti per polizza, spesso non elevatissimi per singolo utente (aggregati nell’ordine dei pochi milioni). I pool decentralizzati devono evitare di sovraesporsi. Se confrontati con il mondo Lloyd’s, dove – come visto – si possono assemblare centinaia di milioni, la differenza è notevole; ma il contraltare è il costo e la complessità per ottenere coperture simili nei mercati tradizionali.
- Gestione dei sinistri: È uno degli elementi chiave di differenziazione. Nexus Mutual: voto di governance dei membri; il sinistro viene presentato, valutato da un gruppo di claims assessor (che mettono in stake NXM e possono essere “slashed” in caso di voto scorretto) e poi sottoposto a voto. Di solito servono alcuni giorni. InsurAce: i sinistri sono valutati e poi votati dalla community di staker del token INSUR; nel caso UST ci è voluto circa un mese dal trigger all’effettivo pagamento. Risk Harbor: nessuna governance – se la condizione on-chain è soddisfatta, l’indennizzo è immediatamente riscattabile; se non lo è, non c’è payout. Questo permette pagamenti quasi istantanei (esempio: la copertura UST di Risk Harbor si è auto-attivata quando la TWAP ha toccato la soglia stabilita). Unslashed: periti terzi con possibilità di arbitrato, modello semidecentralizzato. Sherlock: decisione presa dal team (approccio più centralizzato).
- Tokenomics: Tutti questi protocolli utilizzano token che svolgono un duplice ruolo, di governance e leva economica. NXM (Nexus) è usato per partecipare alla governance ed è prezzato dinamicamente in funzione del capitale della mutua; non è liberamente scambiabile off-chain (solo i membri possono detenere NXM, anche se esiste una versione “wrapped” che però non riflette la pricing curve interna). INSUR (InsurAce) è un classico ERC-20 utilizzato per reward e voting; il prezzo è determinato dal mercato. Risk Harbor, in modo peculiare, ha esordito senza porre il token al centro del modello, concentrandosi sull’architettura dei contratti; in prospettiva può introdurre un token per la governance dei parametri di piattaforma, ma la liquidazione dei sinistri non è sottoposta a voto dei token holder. Molti token assicurativi della prima ora hanno visto un calo dopo il picco iniziale di hype, anche perché l’assicurazione è un business a crescita lenta – NXM e INSUR hanno avuto mercati particolarmente volatili. Il disegno dei tokenomics prevede in genere incentivi in token per gli underwriter (fornitori di capitale) affinché blocchino liquidità nei pool. Questa inflazione può gravare sul prezzo del token se non è compensata da premi reali incassati.
- Fiducia degli utenti e trasparenza: Le piattaforme decentralizzate, in genere, pubblicano l’elenco dei protocolli coperti, la capacità disponibile e talvolta anche la storia dei sinistri e i dati finanziari direttamente on-chain, un livello di trasparenza raro nell’assicurazione tradizionale. Gli utenti possono verificare in ogni momento la dimensione del pool. La fiducia si costruisce pagando i sinistri legittimi: Nexus e InsurAce hanno guadagnato credibilità grazie a diversi payout, pur scontando la diffidenza di chi teme conflitti di interesse nei voti. Progetti come Risk Harbor cercano di eliminare il fattore “fiducia” automatizzando la decisione, ma l’utente deve allora riporre fiducia nella formula/oracle e nella sua capacità di catturare l’evento di rischio in modo adeguato. C’è poi il rischio di smart contract: paradossalmente, i contratti dell’assicuratore DeFi stesso possono essere hackerati. È successo a Cover Protocol a fine 2020 – una DAO assicurativa separata da Nexus che ha subito un exploit, portandola di fatto al collasso. L’episodio ha ricordato a tutti che anche l’assicuratore, in DeFi, deve essere estremamente robusto. Finora Nexus, InsurAce, Risk Harbor non hanno subito hack, ma gli utenti ne tengono conto (e per alcuni questo è un motivo in più per preferire un assicuratore regolamentato, con un bilancio e obblighi legali, rispetto a un assicuratore DeFi che potrebbe teoricamente essere prosciugato da un bug).
- Aspetti regolamentari e di membership: La maggior parte dei protocolli assicurativi decentralizzati, ad eccezione di Nexus, non richiede KYC ed è accessibile globalmente (pur con ovvie limitazioni o cautele per utenti di certe giurisdizioni). L’obbligo di KYC di Nexus è visto come una barriera dai puristi DeFi, ma è la conseguenza della scelta di un inquadramento legale formale (mutua regolata nel Regno Unito) per ottenere una certa copertura normativa. Gli altri operano in modo più simile al DeFi “puro”, con il rischio di trovarsi di fronte a domande regolamentari in futuro (stanno offrendo assicurazione senza licenza? Molti preferiscono definirla “cover” o mutua di protezione, non assicurazione regolata, ma le autorità potrebbero contestare questa distinzione se la scala diventasse rilevante).
Nella pratica, molti utenti crypto non sono nemmeno consapevoli dell’esistenza di queste opzioni di assicurazione DeFi. Gli utenti più sofisticati, molto immersi nell’ecosistema, hanno iniziato a integrare l’acquisto di coperture nelle loro strategie – in particolare i “yield farmer” che desiderano coprirsi dai rischi, o le DAO treasury che assicurano i propri asset. Un’evoluzione interessante è il tema dell’integrazione: la copertura Nexus Mutual, per esempio, oggi può essere acquistata tramite interfacce come l’app di Yearn o aggregatori come Armor (progetto che impacchettava coperture Nexus in unità più piccole e facilmente acquistabili). Inoltre, Nexus Mutual è stata integrata in prodotti come la Base DeFi Pass di OpenCover, che raggruppa l’assicurazione per più protocolli sulla rete Base in un’unica soluzione “set-and-forget”. Questa tendenza a incorporare l’assicurazione decentralizzata direttamente nella user experience è destinata a rafforzarsi: idealmente, comprare una copertura dovrebbe diventare un’azione semplice, quasi “one-click”, direttamente nel momento in cui l’utente interagisce con un protocollo.
Nel confronto tra provider centralizzati e decentralizzati, i pro e i contro sono evidenti. L’assicurazione tradizionale offre esigibilità legale: esiste un contratto assicurativo vero e proprio e, almeno in teoria, è possibile agire in giudizio se l’assicuratore rifiuta di pagare (nella pratica resta complesso e raro). La copertura decentralizzata è più una promessa all’interno di una comunità; può risultare più rapida nel payout (soprattutto nelle forme parametriche) e può estendersi a rischi d’avanguardia che il mercato tradizionale non considera, come tipologie molto specifiche di exploit DeFi. I player DeFi pagano spesso in crypto, soluzione naturale per perdite avvenute on-chain, mentre una polizza Lloyd’s tende a corrispondere i sinistri in valuta fiat (anche se alcuni assicuratori stanno iniziando a valutare pagamenti in crypto per sinistri crypto, tramite conversione). In termini di solidità finanziaria, un grande assicuratore o un sindacato tradizionale trasmette una sensazione di maggior sicurezza: è regolamentato, soggetto a requisiti patrimoniali, coperto da riassicurazione, ecc. Un pool mutualistico DeFi, in uno scenario estremo di multi-hack, potrebbe essere svuotato (il modello di Nexus basato su staking e payout parziali punta proprio a limitare gli esborsi in caso di sinistri multipli, ma un evento sistemico metterebbe in difficoltà qualsiasi assicuratore).
Un’ipotesi ibrida particolarmente interessante è quella della riassicurazione o del backstop delle piattaforme DeFi da parte di assicuratori tradizionali. Finora si è visto poco, ma è un’evoluzione plausibile: per esempio, un grande riassicuratore potrebbe impegnarsi a coprire le perdite di una mutua DeFi oltre una certa soglia. Si creerebbe così un modello “best of both worlds”: distribuzione e operatività efficienti on-chain, con alle spalle la capacità di capitale del mondo della riassicurazione per gli scenari catastrofali.
In sintesi sul fronte dei provider: il mercato dell’assicurazione crypto è estremamente eterogeneo, con i corridoi di Lloyd’s of London oggi attraversati da discussioni sui rischi legati agli asset digitali da un lato, e le DAO decentralizzate dall’altro che votano i sinistri tramite token. I grandi player portano ciascuno un vantaggio competitivo distinto – dall’esperienza secolare di Lloyd’s nel coprire l’“assicurabile-impossibile”, fino alla capacità nativa di Nexus Mutual di valutare il rischio smart contract meglio di qualunque attuario old-school. Per gli utenti, è fondamentale valutare credibilità e capacità del provider: verificare quante e quali richieste di indennizzo ha effettivamente pagato (la fiducia tende a correlare con la storia di sinistri onorati) e assicurarsi che i massimali siano adeguati alla propria esposizione. Anche qui vale la logica della diversificazione del rischio – un grande detentore di crypto potrebbe combinare una polizza sottoscritta da Lloyd’s per il cold storage con coperture Nexus per le posizioni DeFi, stratificando così la protezione sui diversi tipi di rischio.
Chiarito chi offre assicurazione crypto e con quali modelli, il passo successivo è analizzare come l’ambiente regolamentare stia plasmando questo segmento. L’assicurazione non esiste nel vuoto: il quadro normativo incide sia sulla disponibilità dei prodotti sia, in certi casi, sull’obbligo per le imprese crypto di dotarsi di specifiche coperture.
Navigare i quadri regolamentari in USA, UE e Asia
Con la crescita dell’assicurazione crypto, il settore si muove all’interno (e talvolta ai margini) di normative in rapida evoluzione, diverse da giurisdizione a giurisdizione. Entrano in gioco sia le regole sull’industria assicurativa, sia quelle più ampie sui servizi crypto. Di seguito uno sguardo a come le principali aree – Stati Uniti, Europa (UE/Regno Unito) e Asia – si stanno approcciando all’assicurazione crypto e agli obblighi di disclosure sui rischi.
Stati Uniti: Sul piano federale non esiste ancora una normativa specifica sull’assicurazione crypto, ma diversi segnali indicano un crescente interesse ufficiale per i presìdi di rischio. Le autorità statunitensi hanno chiarito che gli asset digitali non beneficiano automaticamente delle stesse tutele dei depositi bancari o dei conti titoli. La FDIC (Federal Deposit Insurance Corp), ad esempio, ha ribadito più volte di non assicurare le crypto e ha persino ordinato a varie società del settore di cessare qualsiasi comunicazione che lasciasse intendere una copertura FDIC sui loro asset digitali. In pratica, qualsiasiL’assicurazione avviene tramite polizze private.
Sul fronte regolamentare, la NAIC (che coordina le authority assicurative statali) mantiene un approccio prudente. Oggi vieta di fatto alle compagnie assicurative soggette a vigilanza USA di detenere cripto in bilancio oltre soglie minime, giudicandole troppo volatili: questo restringe il perimetro degli operatori che possono impegnarsi direttamente nella sottoscrizione di rischi crypto. La maggior parte della copertura assicurativa legata alle cripto negli Stati Uniti passa quindi per il mercato “excess & surplus lines”, dove assicuratori specializzati (spesso con base a Bermuda o Londra) strutturano coperture per rischi non standard con vincoli regolamentari più leggeri. Stati come New York, che disciplina le società crypto tramite il regime BitLicense, hanno incoraggiato in modo implicito il ricorso all’assicurazione: le linee guida della NYDFS per i titolari di BitLicense suggeriscono il mantenimento di fidelity bond o coperture assicurative a protezione di potenziali perdite di asset dei clienti (e in pratica molti BitLicense holder ne sono dotati). Quando, ad esempio, la NYDFS ha concesso le licenze a Coinbase e ad altri operatori, ha messo in evidenza i loro accordi assicurativi per gli asset in custodia. Requisiti regolamentari stanno iniziando a emergere anche nelle note legali: la SEC, nelle regole sulla custodia di cripto-asset da parte di broker-dealer e consulenti finanziari, richiede la disclosure sull’eventuale presenza di assicurazione a copertura di perdite sulle cripto. Inoltre, in occasione dell’approvazione dei primi ETF su Bitcoin futures, la SEC ha imposto che i prospetti avvertissero gli investitori che le cripto non sono coperte dal SIPC come le azioni, ma che indicassero anche eventuali coperture assicurative private del depositario o del fondo. Questo sforzo di trasparenza sul rischio è un filo conduttore: i regolatori vogliono che i clienti sappiano se esiste o meno una rete di protezione.
Un altro aspetto è che i regolatori finanziari statunitensi iniziano a considerare l’assenza di coperture assicurative come un tema di rischio sistemico. Un rapporto del President’s Working Group on Financial Markets del 2021 sulle stablecoin suggeriva che gli emittenti dovrebbero disporre di protezioni simili all’assicurazione dei depositi bancari per evitare corse agli sportelli, lasciando intendere la necessità di schemi assicurativi o garanzie esplicite sulle riserve. Per ora non c’è nulla di concreto, ma proliferano le proposte legislative. Il “Genius Act” citato per il 2025 punta, ad esempio, a fissare regole per stablecoin e alcune attività crypto. Se un testo di questo tipo dovesse passare, potrebbe introdurre obblighi di assicurazione delle riserve o quantomeno requisiti stringenti di disclosure.
Nel frattempo, i regimi statali restano disomogenei. Alcuni stati impongono ai money transmitter che operano in cripto di costituire surety bond o dotarsi di coperture assicurative. La legge del Rhode Island sulle attività in digital asset, per esempio, richiede ai licenziatari di mantenere una fideiussione o un conto vincolato a beneficio dei clienti – una sorta di fondo di garanzia – che può essere in parte sostituito da polizze assicurative. In Wyoming, dove esistono le speciali charters bancarie per le crypto (SPDI), tali banche devono avere coperture assicurative per determinati rischi operativi nell’ambito della vigilanza su solidità e stabilità.
In sintesi per gli Stati Uniti: c’è consapevolezza che le “criticità irrisolte in tema di esposizione al rischio” (inclusa la mancanza di assicurazione) restano un freno all’adozione istituzionale su larga scala. Si osserva un’azione di moral suasion dei regolatori affinché le società si assicurino e, quantomeno, dichiarino con chiarezza se sono coperte o meno. Con l’arrivo di una normativa specifica sulle cripto (attesa tra il 2024 e il 2025), potrebbero emergere obblighi espliciti per alcune categorie di operatori di mantenere coperture assicurative o strumenti equivalenti (ad esempio, un emittente di stablecoin che debba certificare la copertura assicurativa sulle riserve, o un exchange tenuto ad assicurare una quota del proprio hot wallet). Se e quando gli USA definiranno meglio lo status giuridico degli asset digitali (per esempio trattando alcune token come securities o commodities con regole precise), l’offerta assicurativa potrà svilupparsi con maggiore facilità, perché gli assicuratori potranno sottoscrivere i rischi in un contesto normativo definito. Il rallentamento delle pressioni regolamentari immediate da parte di SEC e CFTC nella seconda metà del 2024 – in attesa di nuove leggi – è già stato letto dagli operatori come un “vento favorevole” per il business crypto e, per estensione, per il mercato assicurativo collegato. In definitiva, avere “regole della strada” rende gli assicuratori più inclini a entrare in gioco.
Unione europea e Regno Unito: l’Europa ha mosso un passo decisivo con il regolamento MiCA (Markets in Crypto-Assets), approvato nel 2023. MiCA è la prima disciplina organica al mondo sulle cripto, che copre gli emittenti di crypto-asset, i fornitori di servizi su crypto-asset (CASP) come exchange e wallet, e le stablecoin. Pur senza imporre in modo generalizzato l’obbligo di assicurazione, MiCA introduce robusti requisiti prudenziali e di disclosure del rischio. I CASP, ad esempio, devono adottare procedure di salvaguardia degli asset dei clienti e possono essere tenuti ad attivare coperture assicurative o meccanismi di compensazione equivalenti ai fini dell’autorizzazione (in particolare per i servizi di custodia). Il dettaglio operativo è demandato agli Stati membri, ma MiCA fissa la cornice. Alcuni Paesi Ue si erano già mossi: in Germania, per esempio, BaFin, nel concedere le licenze per servizi di custodia crypto, si aspetta livelli minimi di capitale e nella prassi le società ricorrono spesso a polizze o bond (pur non essendo sempre un obbligo di legge, è percepito come best practice). In Francia, l’AMF aveva previsto, nell’ambito della licenza opzionale per società crypto, raccomandazioni in tema di polizze di responsabilità professionale in alcuni casi.
Un aspetto esplicito in MiCA riguarda gli emittenti di asset-referenced token (inclusi alcuni tipi di stablecoin): i white paper devono contenere fattori di rischio e avvertenze, chiarendo che tali asset non sono coperti da schemi europei di garanzia dei depositi. Ancora una volta, quindi, massima trasparenza sul fatto che gli utenti non godono delle tutele previste per i depositanti bancari, a meno che l’emittente non offra volontariamente qualche forma di protezione. Nel perimetro tradizionale Ue, determinati servizi di investimento ricadono in schemi di indennizzo degli investitori, ma le cripto restano escluse (a meno di un’eventuale riclassificazione come strumenti finanziari, oltre l’ambito MiCA). Questo implica che le coperture restano private, e MiCA spinge le imprese a dichiarare apertamente la mancanza di reti di sicurezza pubbliche, creando una pressione indiretta a dotarsi di assicurazioni private per tranquillizzare la clientela.
Il Regno Unito, ormai fuori dall’Ue, sta seguendo un proprio percorso normativo. Il Financial Services and Markets Act 2023 ha ricondotto alcune attività su crypto-asset nell’alveo della regolamentazione finanziaria (facilitando, tra l’altro, la supervisione dei pagamenti in stablecoin). La FCA è impegnata in consultazioni sulle regole per la promozione e l’operatività in ambito crypto. Pur non imponendo al momento coperture obbligatorie, i supervisori britannici insistono molto sulla tutela del consumatore. La FCA potrebbe, ad esempio, richiedere che le società crypto inseriscano nei messaggi pubblicitari avvertenze del tipo “non sei coperto dal Financial Services Compensation Scheme o dal Financial Ombudsman”. Il FSCS è l’equivalente britannico dell’FDIC per i servizi finanziari, ma non copre le perdite su cripto-asset. Londra potrebbe varare un regime simile a MiCA e le coperture assicurative potrebbero rientrare nella discussione su come proteggere gli investitori retail (per esempio, chiedendo ai grandi exchange di dimostrare di avere un certo ammontare di capitale o di assicurazione a copertura di eventuali perdite). Il fatto che il mercato assicurativo londinese sia uno snodo globale fa sì che i regolatori UK siano molto consapevoli della dinamica delle coperture sulle cripto: Lloyd’s, in particolare, ha lavorato a stretto contatto con la Bank of England e le autorità su questi temi. Un underwriter di Lloyd’s, James Croome (Arch), ha sottolineato come la maggiore adozione di mercato e l’evoluzione dei requisiti regolamentari stiano alimentando la domanda di coperture crypto a Londra. Ha inoltre evidenziato che le norme sulle transazioni e sulla custodia di asset digitali si sono fatte più sofisticate e pervasive, rendendo più agevole strutturare soluzioni assicurative. In altri termini, man mano che le regole si consolidano (percentuali obbligatorie di cold storage, audit, controlli interni, ecc.), gli assicuratori dispongono di parametri più chiari sui quali basare la sottoscrizione.
Asia: il quadro asiatico è frammentato, con posizioni molto diverse tra giurisdizioni; ci si può concentrare su alcuni centri chiave: Hong Kong, Singapore, gli Emirati (con focus su UAE, pur essendo Medio Oriente) e il Giappone.
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Hong Kong si è recentemente riposizionata come hub “crypto-friendly”, in netta discontinuità rispetto agli anni precedenti. La Securities and Futures Commission (SFC) ha introdotto un nuovo regime di licenza per le piattaforme di trading di asset virtuali (di fatto gli exchange crypto), in vigore da giugno 2023. All’interno di questo impianto normativo, Hong Kong ha assunto una posizione molto netta sull’assicurazione: gli exchange autorizzati devono avere coperture assicurative su una quota degli asset dei clienti. Storicamente, la SFC ha preteso che ogni exchange sottoposto alla sua vigilanza mantenesse polizze a copertura sia degli hot wallet sia dei cold wallet – in sostanza, un’assicurazione contro i crimini informatici e i furti dai wallet caldi. Ha inoltre fissato l’obbligo che almeno il 98% degli asset dei clienti fosse conservato in cold storage, aspettandosi inizialmente una copertura assicurativa pari al 50% del valore degli asset in cold storage e verosimilmente al 100% per la piccola quota in hot wallet. Si tratta di requisiti molto stringenti e, come segnalato dagli operatori, è stato difficile trovare assicuratori disposti a coprire integralmente la componente “hot”. Prendendo atto delle difficoltà, le autorità di Hong Kong hanno avviato una fase di maggiore flessibilità: la SFC ha indicato l’intenzione di allentare il vincolo del 98% in cold storage e di “allineare gli standard assicurativi alle prassi globali”, così da renderli effettivamente praticabili. È probabile che si passi da un requisito rigido espresso in percentuali a un approccio più risk-based, in cui si richiede agli exchange di dimostrare di disporre di una combinazione adeguata di coperture assicurative e riserve di capitale per assorbire le perdite, anziché un fisso 50% degli asset in cold storage. Resta il fatto che Hong Kong considera l’assicurazione un tassello centrale della protezione degli investitori: è una delle poche giurisdizioni ad aver introdotto un obbligo di copertura assicurativa crypto per legge. Parallelamente, cresce l’attenzione per le coperture D&O man mano che le società crypto locali si quotano o si integrano nel sistema finanziario tradizionale. I vertici delle società crypto ad Hong Kong stanno cercando soluzioni di responsabilità civile degli amministratori, in vista di possibili azioni legali o interventi regolamentari, e le autorità si attendono che anche su questo fronte l’assicurazione giochi un ruolo.
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Singapore è un altro hub di primaria importanza, ma con un’impostazione diversa. La Monetary Authority of Singapore (MAS) ha irrigidito nel 2023 le regole imponendo ai fornitori di servizi su digital payment token di segregare gli asset dei clienti e di mantenerne la maggioranza (almeno il 90%) in cold storage. Tuttavia, MAS si è fermata un passo prima rispetto a Hong Kong e non è arrivata a rendere obbligatoria l’assicurazione…la copertura assicurativa di quegli asset. Invece di puntare sull’assicurazione, imponendo che la maggior parte delle risorse sia tenuta offline (e presumibilmente lontana da attività di yield più rischiose), l’obiettivo è ridurre ex ante la probabilità di perdita. La MAS ha effettivamente consultato il mercato sull’ipotesi di imporre una polizza assicurativa o un “cuscinetto” in trust a tutela degli asset dei clienti, ma alla fine ha optato per la segregazione patrimoniale e per un requisito di “asset maintenance”, che obbliga le imprese a detenere un certo buffer di attività liquide. Le norme prevedono tuttavia in modo esplicito che gli operatori informino i clienti dell’assenza di coperture assicurative e del fatto che, anche con segregazione, gli asset potrebbero non essere completamente protetti in caso di insolvenza – un punto che ha spinto molte società crypto di Singapore a procurarsi volontariamente coperture per quel 10% in hot wallet, così da rassicurare ulteriormente la clientela. Nella pratica, diversi exchange con base a Singapore hanno annunciato accordi assicurativi: Crypto.com, con quartier generale nella città-Stato, ha sbandierato per esempio una copertura da 750 milioni di dollari sul cold storage, verosimilmente riferita alle sue operazioni globali. L’impostazione della MAS è dunque chiara: forte regolazione preventiva (sicurezza tramite cold storage e controlli interni robusti) e ruolo dell’assicurazione come strato complementare, su base volontaria. Inoltre, sulla scia di fallimenti come FTX, la MAS è stata particolarmente attiva sul fronte degli avvertimenti ai consumatori, imponendo diciture del tipo “potresti perdere tutto il tuo denaro” nelle pubblicità di prodotti crypto. Questa trasparenza induce di fatto gli operatori più strutturati ad aggiungere: “ma disponiamo di coperture assicurative fino a XYZ, che attenuano parte di questo rischio”.
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Emirati Arabi Uniti (Dubai): Gli Emirati, e in particolare la VARA (Virtual Assets Regulatory Authority) di Dubai, sono tra i regolatori più proattivi nell’integrare l’assicurazione nel quadro normativo per il crypto. La regolamentazione di Dubai per i VASP prevede in modo esplicito che exchange e custodi crypto autorizzati debbano detenere determinate polizze. VARA richiede coperture per l’attività di custodia (contro hack, furto, frodi interne, ecc.) e impone anche altre forme di assicurazione, come la professional indemnity e la D&O, ove pertinenti. In sostanza, qualsiasi società crypto che voglia una licenza a Dubai deve presentare un programma assicurativo che ottenga il via libera di VARA. La stessa Banca Centrale degli Emirati ha espresso un sostegno di principio all’assicurazione del rischio di custodia di asset digitali. Il risultato è una corsa nel mercato locale a strutturare coperture “su misura”: le autorità emiratine hanno parlato di una “domanda urgente” per prodotti assicurativi tailor made sul crypto, man mano che centinaia di startup presentano domanda di licenza. Inserendo l’assicurazione nel cuore delle regole, gli Emirati si propongono come giurisdizione che cerca di coprire in modo sistematico la gestione del rischio, con l’evidente ambizione di attirare capitali istituzionali: “richiediamo che i nostri licenziatari siano assicurati, quindi i vostri fondi qui sono più protetti”. Nel tempo, VARA affinerà probabilmente i dettagli (livelli minimi di copertura, assicuratori ammessi, ecc.), ma la linea di marcia è definita: l’assicurazione è un pilastro del modello regolatorio.
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Giappone: Il Giappone è stato fra i primi paesi a disciplinare gli exchange crypto (dopo Mt. Gox, ha introdotto la licenza per piattaforme di scambio nel 2017). La normativa giapponese imponeva misure di sicurezza specifiche e l’obbligo per gli exchange di rimborsare i clienti in caso di perdita di crypto dovuta a furto – obbligo che di fatto ha costretto gli operatori a dotarsi di riserve proprie (autoassicurazione) o a comprare polizze. Alcuni exchange hanno effettivamente acquistato coperture: nel 2019 Mitsui Sumitomo Insurance ha lanciato in Giappone un prodotto dedicato agli exchange crypto, con massimali dichiarati fino a 10 milioni di dollari. Dopo l’hack di Coincheck del 2018 (con il furto di NEM per 530 milioni di dollari), i regolatori hanno imposto ulteriori rafforzamenti delle misure di sicurezza; l’acquirente di Coincheck ha reso noto di avere una copertura assicurativa che ha assorbito parte della perdita, mentre il rimborso integrale degli utenti è stato effettuato con mezzi propri. Il quadro giapponese, quindi, non prevede un obbligo diretto di assicurazione, ma contiene aspettative molto stringenti circa la tutela integrale dei clienti, che implicano per gli exchange la necessità di disporre di capitale sufficiente o, in alternativa, di polizze adeguate. A ciò si aggiunge un requisito legale che impone agli exchange di mantenere un determinato rapporto tra riserve e asset dei clienti, con la conseguenza che spesso detengono riserve in fiat più elevate per coprire eventuali perdite su crypto: una sorta di meccanismo “para-assicurativo”.
Altri mercati asiatici: In Corea del Sud è stato discusso un disegno di legge per imporre agli exchange un’assicurazione di importo minimo (nel 2021, dopo alcuni problemi su piattaforme locali, una bozza prevedeva una copertura di 3 miliardi di won, circa 2,5 milioni di dollari, una cifra modesta rispetto alle dimensioni dei grandi hack). Non è chiaro se la proposta sia stata definitivamente approvata, ma i principali exchange coreani, come Upbit e Bithumb, dispongono di qualche forma di copertura, spesso limitata (polizze intorno ai 5 milioni di dollari, più simboliche che realmente protettive rispetto agli asset in gestione). In Australia, come evidenziato nel report di WTW, è in corso una transizione verso una regolamentazione organica del crypto: il progetto di riforma equipara exchange e custodi ai fornitori di servizi finanziari, con la conseguenza che dovranno probabilmente rispettare gli stessi requisiti di Professional Indemnity Insurance previsti per gli altri intermediari finanziari. Ciò implica livelli minimi di copertura obbligatoria (in Australia consulenti finanziari ed exchange sono tenuti per legge a dotarsi di PI insurance). Man mano che il paese si sposta da un approccio relativamente laissez-faire a un regime di licenze, è quindi prevedibile che l’assicurazione diventi uno standard – se non formalmente imposta, quantomeno fortemente incentivata – per gli operatori del settore.
Un altro tassello è quello degli avvisi di rischio: i regolatori, a livello globale, stanno imponendo che le società crypto dichiarino esplicitamente se non dispongono degli stessi “paracadute” della finanza tradizionale. UE, Regno Unito, Stati Uniti, Singapore, Hong Kong – tutti richiedono già o si apprestano a richiedere che pubblicità e documentazione di onboarding specifichino che le crypto non beneficiano di garanzie bancarie o assicurazioni governative. Un messaggio che può apparire negativo, ma che di fatto spinge gli operatori più solidi ad aggiungere: “Tuttavia, abbiamo una copertura assicurativa privata che protegge da XYZ”, trasformando la polizza in fattore competitivo. In questo modo la regolazione alza il livello di consapevolezza tra i clienti, che iniziano a chiedersi: “Il mio exchange è assicurato? Se sì, per quale importo e contro quali rischi?”. Indirettamente, l’enfasi regolatoria sulle disclosure sta spingendo il settore verso maggiore trasparenza e, presumibilmente, verso una maggiore adozione di coperture assicurative.
In sintesi, i diversi framework regolamentari stanno progressivamente erigendo un’impalcatura intorno alla gestione del rischio crypto. In alcune giurisdizioni (Hong Kong, Emirati Arabi Uniti) l’assicurazione è già integrata tra i requisiti di licenza. In altre (Stati Uniti, UE) il focus è soprattutto su disclosure chiare e misure di prudenza, con possibili obblighi espliciti all’orizzonte. Questa dinamica favorisce il mercato della crypto insurance: gli adempimenti di compliance generano domanda di coperture. Se i regolatori chiedono agli exchange di segregare gli asset e prevedere piani di gestione delle perdite, gli assicuratori possono inserirsi come componente chiave di tali piani. La sfida è bilanciare gli obiettivi regolatori con la capacità effettiva del mercato assicurativo: Hong Kong ha sperimentato direttamente che se si impone un livello di copertura che non trova sufficiente offerta (ad esempio l’assicurazione integrale dei hot wallet), occorre poi calibrare le regole per non paralizzare l’industria. Nel tempo potrebbero emergere standard globali, magari con il coinvolgimento di associazioni di settore o iniziative pubbliche per creare forme di mutualizzazione del rischio crypto (in alcune giurisdizioni si è discusso, ad esempio, di un “fondo di garanzia per default di exchange” finanziato collettivamente dagli operatori, sul modello degli schemi di indennizzo degli investitori alimentati da contributi di settore). Fino ad allora, spetterà a ogni singola impresa procurarsi coperture private e a ogni regolatore decidere se e come renderle obbligatorie o incoraggiarle.
Dopo questa ricognizione regolamentare, è evidente che il comparto della crypto insurance non opera in un vuoto: requisiti di compliance, regole sulle informazioni al pubblico e la spinta alla protezione dei consumatori sono tutte forze determinanti. Il passo successivo è analizzare le criticità che il mercato della crypto insurance deve ancora affrontare – dalle inefficienze di capitale ai rischi di manipolazione degli oracle, fino ai limiti della riassicurazione – ostacoli che vanno risolti perché il settore possa realmente decollare.
Le sfide del mercato della Crypto Insurance
Pur avendo compiuto progressi significativi, il settore della crypto insurance continua a confrontarsi con una serie di sfide che lo distinguono nettamente dall’assicurazione tradizionale. Alcune derivano dalla natura intrinseca del mondo crypto, altre dal fatto che la stessa industria assicurativa dedicata agli asset digitali è ancora in fase embrionale. Tra i nodi principali spiccano: l’inefficienza del capitale, i rischi di manipolazione degli oracle, i problemi di governance e i limiti della riassicurazione.
Inefficienza del capitale: un’assicurazione funziona accumulando capitali in un “pool” comune per coprire potenziali perdite, ma un sistema efficiente non immobilizza 1 dollaro per ogni dollaro assicurato – una collateralizzazione al 100% è raramente necessaria, perché non tutti gli eventi avversi avvengono contemporaneamente. Gli assicuratori tradizionali fanno leva sulla legge dei grandi numeri, sulla diversificazione di portafoglio e sull’acquisto di riassicurazione per gli eventi estremi, così da operare con rapporti capitale/premi molto più bassi. Nella crypto insurance, in particolare nei modelli decentralizzati, il capitale è stato finora utilizzato in modo poco efficiente. I primi mutual crypto erano sostanzialmente fully funded: per vendere 10 milioni di dollari di copertura, ad esempio, Nexus Mutual doveva disporre di circa 10 milioni (o più) nel proprio pool, perché in assenza di serie storiche lunghe doveva adottare un approccio estremamente prudenziale. Questo si traduceva in premi elevati rispetto alla copertura offerta e in una crescita frenata dalla capacità di attrarre nuovo capitale. L’inefficienza del capitale è aggravata dalla volatilità: se il pool è denominato in ETH e il prezzo di ETH crolla del 50%, il livello di capitalizzazione rispetto ai sinistri potenziali si riduce drasticamente. La bonding curve di Nexus cerca di tenerne conto abbassando il prezzo del token e scoraggiando l’emissione di nuove coperture finché il capitale non torna adeguato, ma resta un esercizio di equilibrismo.
Alcune innovazioni provano a intervenire su questo fronte. Il modello di Risk Harbor punta a una maggiore efficienza del capitale consentendo agli underwriter di ottenere rendimento sui fondi vincolati a copertura, ad esempio impiegandoli in strategie di yield (come il deposito su Aave) quando non sono necessari per pagare sinistri, generando un extra-return. Un’altra soluzione è il ricorso a coperture parametriche che prevedono rimborsi parziali, riducendo i requisiti di riserva (coprire, per dire, il 90% invece del 100% di una perdita abbassa e rende più prevedibile l’esposizione del pool). Resta però un tema strutturale: il divario tra la scala del rischio crypto e il capitale assicurativo oggi disponibile. Si stima che solo l’1–2% degli asset crypto sia attualmente assicurato. Una delle ragioni è la prudenza con cui gli assicuratori si muovono di fronte a un rischio ancora poco conosciuto e altamente correlato.impegnare ingenti capitali in assenza di dati storici solidi. Come ha osservato un paper di settore, «in mancanza di una storia dei sinistri o di best practice consolidate, le polizze odierne sono su misura… le coperture sono complesse». Risultato: gli underwriter chiedono molta più capacità di capitale e premi elevati per tutelarsi. Col tempo, con l’accumularsi delle statistiche di perdita, i modelli di pricing miglioreranno e il capitale potrà essere allocato in modo più efficiente (un’evoluzione analoga a quella della cyber insurance, nata molto cara e progressivamente ottimizzata dagli assicuratori).
Un’altra dimensione è la provenienza del capitale: i mutual crypto si finanziano in larga parte con lo staking di membri della community, che pretendono ritorni molto alti (potendo altrimenti fare yield farming altrove). Al contrario, l’assicurazione tradizionale attinge ai grandi mercati globali dei capitali, che si accontentano di rendimenti a una cifra grazie a profili di rischio più bassi. Mettere in comunicazione questi due mondi è complesso. Una tendenza promettente è lo sviluppo di insurance-linked securities (ILS) applicate al crypto: in sostanza, cartolarizzare il rischio assicurativo crypto in strumenti “tipo bond” acquistabili da fondi pensione o fondi ILS. Se ne discute già: esistono strutture ILS per il rischio cyber e qualcosa di simile potrebbe nascere per gli hack nel crypto (lo snippet di ricerca citava ILS per circa 500 milioni di dollari, segnale di interesse da parte degli investitori). Se il rischio crypto diventasse digeribile per capitali esterni tramite ILS o riassicurazione, il settore potrebbe essere inondato di capacità e diventare molto più efficiente (perché un assicuratore DeFi non sarebbe costretto a sovracollateralizzare con i capitali delle “balene” cripto, potendo retrocedere parte del rischio ai mercati professionali). Oggi l’inefficienza del capitale mantiene i premi elevati: una copertura importante può costare il 2–5% della somma assicurata l’anno nel mondo crypto, più di molte coperture analoghe nella finanza tradizionale. Ridurre questo costo con modelli più sofisticati e capitali esterni è una priorità per il futuro.
Rischi di Oracle e di Affidabilità dei Dati: La dipendenza da oracoli e data feed nel crypto insurance (in particolare nelle coperture parametriche) introduce un rischio specifico di manipolazione o malfunzionamento. Se un assicuratore utilizza un oracle on-chain per decidere i sinistri, un attore malevolo potrebbe tentare di “truccare” quell’oracle. Si pensi a una polizza che paga se il prezzo di un certo token scende sotto 0,50 dollari: un assicurato potrebbe provare a manipolare l’oracle di prezzo usando flash loan e exchange a bassa liquidità per far crollare temporaneamente il prezzo riportato sotto la soglia, far scattare l’indennizzo e incassare. Attacchi di questo tipo sono già stati osservati nel DeFi: Chainalysis ha rilevato che nel 2022 almeno 41 attacchi di manipolazione di oracoli contro protocolli DeFi hanno portato al furto di oltre 400 milioni di dollari. Un caso specifico legato all’assicurazione non è ancora emerso pubblicamente (probabilmente perché le pool assicurative sono tuttora relativamente piccole e non rappresentano il bersaglio principale), ma il rischio è concreto. Un’assicurazione parametrica è tanto robusta quanto lo sono le sue fonti dati: se sono sfruttabili o anche solo instabili, possono generare pagamenti errati o mancati pagamenti quando servirebbero.
Per mitigare questi rischi, gli assicuratori crypto sono estremamente selettivi nella scelta degli oracoli: spesso utilizzano prezzi medi ponderati nel tempo (TWAP) su un certo periodo per rendere più difficile la manipolazione istantanea. Possono affidarsi a oracoli affermati come Chainlink, che aggregano dati da molteplici exchange. Alcuni prevedono una combinazione di trigger dell’oracle e validazione umana (ad esempio consentendo alla DAO di bloccare un pagamento se sospetta una manipolazione). Risk Harbor ha provato a evitare del tutto gli oracoli esterni, basando i trigger su stati diretti del protocollo (per esempio verificando il tasso di cambio di un cToken su Compound – che in teoria potrebbe essere manipolato tramite un attacco al protocollo stesso, ma non attraverso un feed di prezzo esterno). Nonostante ciò, il rischio oracle resta una sfida centrale. Più l’assicurazione è automatizzata e “trustless”, più si appoggia a dati che possono essere corrotti; se invece si introduce un controllo umano per individuare manipolazioni, si reintroducono fiducia e centralizzazione. L’equilibrio è delicato.
Oltre alla manipolazione dolosa esiste poi il problema dell’“uptime” dei dati. I mercati crypto sono aperti 24/7 a livello globale; un assicuratore può basarsi su un’API o un oracle soggetti a downtime. Se per provare un sinistro servono dati relativi a un periodo in cui l’oracle non era operativo, che cosa accade? L’assicurazione tradizionale può indagare ex post, mentre le coperture on-chain devono spesso specificare fonti dati di fallback o accettare possibili “buchi” informativi. Queste finezze tecniche sfuggono all’utente medio, ma sono centrali per chi sviluppa protocolli di assicurazione.
Sfide di Governance e Gestione dei Sinistri: Nell’assicurazione decentralizzata, i meccanismi di governance possono determinare o distruggere la fiducia degli utenti. Le piattaforme mutualistiche affrontano conflitti d’interesse intrinseci: i detentori di token potrebbero essere tentati di respingere sinistri legittimi per preservare la treasury, minando la funzione stessa dell’assicurazione. Finora protocolli maggiori come Nexus Mutual hanno evitato scandali conclamati (i sinistri considerati ampiamente validi sono stati in gran parte pagati), ma il potenziale di controversie è sempre presente. Dopo il collasso di Terra UST, ad esempio, Nexus Mutual non ha coperto il depeg di UST perché quel rischio non rientrava nelle condizioni di polizza, mentre InsurAce sì, avendo un prodotto esplicito di copertura dal depeg. Alcuni hanno criticato Nexus per non aver previsto una simile copertura o per non aver fatto un’eccezione – ma sarebbe stato fuori dal loro framework regolamentare interno. Qui emerge un tipico problema di governance: definire esattamente ambito e limiti delle coperture. Se il mutual è troppo generoso rischia l’insolvenza; se è troppo restrittivo lascia gli utenti scoperti o scontenti.
Un altro aspetto cruciale è la rapidità nella gestione dei sinistri. Gli utenti DeFi si aspettano risposte immediate. Nel mondo tradizionale, la liquidazione di un sinistro complesso può richiedere settimane o mesi (tra perizie, documentazione, verifiche). Gli assicuratori DeFi puntano a velocità maggiori: InsurAce ha chiuso i sinistri UST in circa un mese, che per un evento catastrofale è un tempo rapido in ottica assicurativa. Nexus può richiedere una o due settimane a seconda delle finestre di voto. Risk Harbor è teoricamente istantaneo se i criteri sono soddisfatti, ma la finalizzazione dei dati può comunque implicare ore o giorni di attesa perché i prezzi “si assestino”. Se la governance è lenta o percepita come arbitraria, gli utenti possono rinunciare del tutto ad assicurarsi (perché pagare un premio se non si è certi di essere indennizzati quando serve?). I meccanismi di governance devono quindi bilanciare velocità, equità e rigore.
Le controversie sulle definizioni di copertura sono un’ulteriore fonte di attrito: cosa costituisce esattamente un “hack” o un’“exploit” è spesso materia di interpretazione. Se i fondi vanno persi per un bug dell’interfaccia utente anziché per un bug dello smart contract, la perdita è coperta? Se un protocollo sospende i prelievi (come accaduto in alcune crisi) e i fondi vengono salvati ma restano bloccati per una settimana, questo è un danno assicurabile? Alcune polizze prevedono coperture per “interruzione dei prelievi”, come quelle offerte da Unslashed e InsurAce. Ma queste sfumature portano facilmente a controversie di governance. L’assicurazione tradizionale si appoggia a clausole legali e tribunali; l’assicurazione decentralizzata ha codice e voti della community, un paradigma del tutto nuovo. Non si è ancora visto un caso in cui un assicurato porti in tribunale il diniego di un sinistro da parte di un assicuratore DeFi – probabilmente per l’esiguità dei capitali coinvolti e la pseudonimia degli utenti – ma se l’assicurazione crypto dovesse crescere, potrebbero arrivare sfide legali: ad esempio un utente che cita in giudizio la foundation dietro un mutual sostenendo che la procedura sia stata iniqua o fuorviante. Sarebbe un terreno del tutto inesplorato.
Per gli assicuratori crypto centralizzati, i problemi di governance assumono forme diverse: il rischio principale è quello di escludere troppi eventi o imporre condizioni così rigide da consentire il diniego dei sinistri per cavilli tecnici. Alcune delle prime polizze crypto erano famose per le esclusioni: ad esempio, nessuna copertura per perdite dovute a failure della blockchain (se l’hack sfruttava una vulnerabilità di Ethereum stesso, niente indennizzo), esclusione dei furti interni se non provati in tribunale, ecc. Clausole di questo tipo rischiano di rendere la copertura quasi fittizia. Esiste poi un gap di competenze: molti underwriter tradizionali inizialmente non avevano una comprensione profonda della tecnologia crypto, con effetti in termini di pricing (premi troppo alti) o di sottoscrizione di rischi che non avrebbero dovuto assumere. La situazione sta migliorando man mano che nascono team specializzati.
Riassicurazione e Vincoli di Capacità: La crescita del mercato dell’assicurazione crypto è frenata, tra le altre cose, dalla disponibilità di riassicurazione – l’assicurazione delle compagnie assicurative. La riassicurazione consente agli assicuratori di scrivere più polizze cedendo parte del rischio. Nel crypto, finora la presenza dei riassicuratori è stata minima, anche perché richiedono serie storiche di dati e chiarezza regolamentare. Si intravedono però segnali di apertura: Munich Re sostiene Chainproof, Arch svolge di fatto il ruolo di riassicuratore/backer per le grandi polizze di Evertas, e circolano indiscrezioni su trattati di quota-share per i rischi dei custodian crypto (condivisione di premi e perdite tra primario e riassicuratore). Il problema è il timore del rischio di aggregazione: lo scenario in cui un singolo evento scatena molteplici sinistri in contemporanea. Nel crypto, potrebbe trattarsi di una vulnerabilità critica in una grande blockchain o di un crash generalizzato del mercato che innesca una serie di failure. Se più exchange o protocolli vengono colpiti simultaneamente, assicuratori e riassicuratori si ritrovano con sinistri fortemente correlati (a differenza, ad esempio, degli incendi domestici, di norma indipendenti). È un tema simile alla cyber insurance, dove un unico malware può colpire numerosi assicurati; i riassicuratori gestiscono questo rischio limitando la capacità offerta e raccogliendo dati per modellare gli scenari di perdita aggregata peggiori.
In assenza di riassicurazione, ogni assicuratore o mutual è vincolato al proprio capitale. Ecco perché la pool di Nexus ha dimensioni limitate, o perché i sindacati dei Lloyd’s impongono massimali relativamente contenuti per singola polizza. Con l’apertura della riassicurazione, la capacità si amplierebbe. Stanno emergendo broker specializzati in coperture crypto come “Native” – citato nell’articolo di CoinDesk – con l’obiettivo di mettere in relazione operatori crypto, Nexus Mutual e i mercati tradizionali. Native, ad esempio, opererà come MGA (managing general agent) appoggiandosi a Nexus Mutual e cercando riassicurazione per i rischi assunti. È il segnale di un possibile percorso ibrido, in cui soluzioni miste attirano nuova capacità di capitale: potenzialmenteUna possibile evoluzione è che una corporate acquisti una polizza in cui il 50% del rischio è sottoscritto da Nexus (pool on-chain) e il restante 50% da un riassicuratore tradizionale off-chain. Questa struttura ibrida consente di superare i limiti di capacità tipici dei soli pool decentralizzati. In cambio, però, i riassicuratori pretendono valutazioni del rischio affidabili: restano quindi nodi aperti nello sviluppo di modelli per stimare la probabilità di hack, la robustezza dei protocolli, la qualità del codice, e così via. La collaborazione tra Quantstamp e Sompo è un esempio di come queste competenze possano transitare dal mondo tradizionale a quello crypto.
Un altro ostacolo sul fronte riassicurazione è la scarsa standardizzazione. Molte coperture crypto sono strutturate in modo “su misura”, il che rende più difficile impacchettare e cedere il rischio ai riassicuratori. Il settore sta lavorando a condizioni più uniformi (Lloyd’s, ad esempio, ha inserito alcune clausole specifiche nel proprio “wordings repository”). Quando si arriverà a testi più omogenei – per esempio una clausola tipo di “Digital Asset Custody Policy” utilizzata da più compagnie – sarà più semplice per i riassicuratori offrire trattati che li coprano in blocco. La direzione è questa, ma il processo richiede tempo.
Educazione del mercato e fiducia: oltre agli aspetti tecnici e finanziari, c’è un tema più “soft” ma cruciale: convincere i detentori di crypto ad acquistare polizze. Molti utenti retail non sanno nemmeno che il prodotto esiste, oppure lo percepiscono come troppo costoso o macchinoso. Una parte dell’utenza DeFi più radicale, paradossalmente, si fida più del codice che dell’assicurazione: c’è chi sostiene “perché dovrei fidarmi di un voto di Nexus Mutual quando posso diversificare o auto-assicurarmi tenendo un cuscinetto di liquidità?”. Una maggiore penetrazione assicurativa probabilmente richiederà più educazione, ma anche alcuni casi di successo eclatanti: se in seguito a un hack un exchange assicurato riuscisse a rimborsare integralmente e in tempi rapidi tutti i clienti coperti, mentre utenti non assicurati su un’altra piattaforma restassero con perdite, il valore della copertura risulterebbe molto più evidente. Oggi, spesso, la consapevolezza del rischio arriva solo dopo aver subito una perdita (molti, dopo il caso Terra, hanno iniziato ad assicurare posizioni su altri protocolli). Superare lo scetticismo – alimentato anche da incidenti come la fine di Cover Protocol o la controversia sulla finestra di denuncia dei sinistri di InsurAce – è un lavoro continuo. La trasparenza aiuta: protocolli che rendono pubblico lo storico dei sinistri pagati (Nexus pubblica statistiche sulla propria dashboard) contribuiscono a costruire fiducia.
Infine, esistono fattori esterni che potrebbero condizionare lo sviluppo dell’assicurazione crypto: l’incertezza regolamentare (già citata: se negli Stati Uniti il quadro resta poco chiaro, diversi operatori resteranno alla finestra o chiederanno premi più alti per coprire questo rischio), le condizioni macroeconomiche (un bear market profondo riduce il valore in dollari dei pool e dei premi, comprimendo la capacità degli assicuratori; al contrario, un bull market gonfia i valori e l’esposizione potenziale, se i massimali non vengono aggiornati), e l’evoluzione tecnologica (il passaggio a Ethereum 2.0 o l’adozione massiva delle Layer-2 possono cambiare la mappa delle minacce, costringendo gli assicuratori a ritarare modelli e prodotti; in prospettiva, l’avvento del quantum computing potrebbe mettere sotto pressione la crittografia attuale – non è escluso che molti contratti, in assenza di soluzioni, introducano esclusioni esplicite per gli “Acts of Quantum”).
In sintesi, l’assicurazione crypto sta crescendo, ma deve superare ostacoli significativi per esprimere tutto il proprio potenziale. Deve allocare il capitale in modo più efficiente (anche tramite partnership con attori tradizionali), gestire in sicurezza le complessità legate agli oracoli e ai processi on-chain, garantire una governance equa ed efficace nella liquidazione dei sinistri e collegarsi più a fondo ai mercati riassicurativi globali. Gli operatori del settore sono ben consapevoli di queste criticità: molte delle innovazioni oggi in sviluppo (coperture parametriche, integrazioni tra Nexus e broker tradizionali, uso dell’AI per l’analisi del rischio, ecc.) sono mirate a risolverle. Da qui nasce una domanda di prospettiva: quale futuro attende l’assicurazione crypto, e in che modo verranno affrontate queste sfide?
Il futuro: colmare il “coverage gap”
Come potrebbe presentarsi l’assicurazione crypto nei prossimi anni? Considerando la rapidità dell’evoluzione finora, è ragionevole attendersi una forte crescita e un’ondata di innovazioni pensate per ridurre l’enorme coverage gap attuale (si stima che oggi circa il 98-99% degli asset crypto non sia coperto). Alcune direttrici appaiono particolarmente rilevanti: l’ascesa delle coperture parametriche e automatizzate, l’impiego dell’intelligenza artificiale nei modelli di rischio, una maggiore integrazione con le soluzioni di scaling Layer-2 e con gli ecosistemi cross-chain, l’ingresso più deciso degli investitori istituzionali e una sempre più stretta ibridazione tra capacità assicurativa tradizionale e decentralizzata.
Coperture parametriche e automatizzate: come accennato, l’assicurazione parametrica – in cui l’indennizzo scatta al verificarsi di un parametro oggettivo, anziché sulla base di una perizia caso per caso – si sposa naturalmente con il mondo crypto. È probabile che vedremo una proliferazione di prodotti parametrici. Oltre alle coperture contro il depeg delle stablecoin (già oggi strutturate in forma parametrica, con pagamento se il prezzo resta sotto una certa soglia per un certo periodo), potrebbero arrivare coperture contro la volatilità di mercato (pagamento se un exchange rimane offline per più di X ore o se il prezzo di un token subisce un flash crash oltre una certa percentuale), oppure coperture legate alle performance dei protocolli (indennizzo se la TVL di un protocollo DeFi crolla di Y% in un giorno, segnalando un probabile exploit o un bank run). Le polizze parametriche possono essere integrate direttamente negli smart contract, garantendo un’esecuzione trustless. Lo scenario di lungo periodo è quello di un mondo in cui, in caso di hack o exploit, i pagamenti assicurativi vengano eseguiti in modo immediato e automatico on-chain, fornendo liquidità alle vittime proprio nel momento del bisogno. È un livello di tempestività che l’assicurazione tradizionale difficilmente può eguagliare (dopo grandi catastrofi, i tempi di liquidazione possono protrarsi per mesi), mentre l’assicurazione crypto – almeno in teoria – può riuscirci. Il caso di Risk Harbor nella gestione del depeg di UST è indicativo: una volta raggiunto il prezzo-soglia, i sinistri potevano essere riscattati senza ulteriori discussioni. Alcuni utenti hanno così ottenuto i fondi rapidamente, con la possibilità di reinvestire o onorare impegni, mentre altri, vincolati a processi manuali, sono rimasti più a lungo nell’incertezza.
Ovviamente, la copertura parametrica resta esposta ai problemi di affidabilità degli oracoli citati prima, ma il miglioramento delle infrastrutture di data feed (reti di oracoli decentralizzate con fonti multiple e prove crittografiche) dovrebbe ridurre il rischio. Inoltre, le coperture parametriche crypto potrebbero iniziare a incorporare eventi off-chain rilevanti per il settore. Si può immaginare una polizza che paga se un determinato governo vieta il trading di crypto o se si verificano blackout di internet tali da compromettere il mining – scenari che richiedono oracoli capaci di riportare eventi del mondo reale (diverse aziende stanno lavorando su oracoli per meteo, notizie regolamentari, ecc.). Un articolo di Jenner & Block citava, ad esempio, una società (Arbol) che utilizza smart contract per emettere polizze meteo registrate come NFT – di fatto coperture parametriche. Man mano che DeFi e “mondo reale” si intersecano (si pensi a raccolti agricoli i cui prezzi o rendimenti sono tokenizzati, o ai crediti di carbonio su blockchain), l’assicurazione parametrica on-chain potrebbe estendersi anche a questi ambiti, agganciandosi al più ampio filone InsurTech. All’interno del perimetro strettamente crypto, però, la priorità sarà coprire più protocolli e più tipologie di eventi riducendo al minimo gli interventi manuali.
Potrebbe emergere anche un concetto di insurance “composable”: le stesse polizze diventano token scambiabili o utilizzabili nella DeFi. Se un investitore possiede, ad esempio, un token di copertura contro l’hack di un protocollo, potrebbe impegnarlo come collaterale altrove o rivenderlo su un mercato secondario una volta uscita da quel protocollo. Questo aumenterebbe la liquidità del rischio assicurativo e consentirebbe una formazione di prezzo più “di mercato”. Alcuni progetti hanno già esplorato questa strada (coperture tokenizzate di Unslashed, la volontà di Nexus di tokenizzare NXM una volta pienamente collateralizzato, ecc.). Un mercato liquido del rischio assicurativo potrebbe attrarre più capitali pronti a fornire capacità, creando di fatto un mercato riassicurativo decentralizzato in cui il rischio si scambia come qualsiasi altro asset.
AI e modelli di rischio avanzati: l’assicurazione si è sempre basata sui dati e sulla scienza attuariale. Nel mondo crypto, mancano serie storiche di lungo periodo, ma esiste un’enorme quantità di dati granulari in tempo reale, grazie alla trasparenza delle blockchain. È un terreno ideale per l’applicazione dell’intelligenza artificiale e del machine learning. L’AI può intervenire in vari ambiti:
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Analisi degli smart contract: modelli specializzati (anche derivati da tecniche di audit del codice) possono valutare rapidamente il rischio di un contratto. Un modello addestrato su codice Solidity e exploit passati può stimare la probabilità che un determinato smart contract contenga vulnerabilità critiche. In questo modo gli assicuratori dispongono di uno score di rischio automatizzato da affiancare alle verifiche umane. Un contratto particolarmente complesso, con numerose chiamate esterne – spesso un red flag per rischi di reentrancy – potrebbe comportare premi più alti o condizioni più restrittive.
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Rilevazione di anomalie: sistemi di AI possono monitorare in tempo reale le transazioni on-chain, individuando pattern sospetti (ad esempio drenaggi improvvisi di fondi da molti indirizzi, o variazioni brusche dei parametri di un protocollo) che suggeriscano un attacco in corso. Per un assicuratore, questo rappresenta un sistema di allerta precoce: in teoria potrebbe portare a sospendere temporaneamente la copertura su un protocollo sotto attacco (con delicati problemi di fairness), ma soprattutto fornisce dati preziosi per calibrare meglio i modelli di rischio.
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Pricing e ottimizzazione di portafoglio: data la volatilità estrema del settore, l’AI può simulare rapidamente migliaia di scenari (anche tramite Monte Carlo) e tenere conto di correlazioni complesse. Può, per esempio, modellare uno scenario combinato in cui un bug su Ethereum si manifesta nel mezzo di un crash generalizzato del mercato, mettendo in evidenza eventi di “coda” multi-protocollo che i metodi tradizionali, privi di precedenti storici comparabili, faticherebbero a catturare. Il risultato è una tariffazione potenzialmente più accurata, né troppo prudenziale né sottostimata.
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Rilevazione di frodi: se l’offerta si estenderà a coprire fenomeni come il furto da wallet individuali, l’AI sarà centrale nella gestione dei sinistri, per identificare i casi fraudolenti. L’analisi forense delle transazioni può aiutare a capire se un presunto “hack” è in realtà auto-inflitto o orchestrato dal titolare, sfruttando pattern ricorrenti. Operators come Coincover già dichiarano di usare un “motore di rischio” per classificare le transazioni e valutare la probabilità che un prelievo sia non autorizzato. Con il progredire delle tecniche dei criminali – inclusi tentativi di “assicurazione fraudolenta” simulando attacchi – l’AI sarà uno strumento necessario per restare al passo.
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Personalizzazione: l’intelligenza artificiale potrebbe infine abilitare una tariffazione altamente personalizzata anche nella DeFi, con premi che riflettono non solo il rischio del protocollo ma anche il comportamento del singolo utente (frequenza delle operazioni, concentrazione su pochi protocolli, uso di misure di sicurezza avanzate, ecc.), avvicinando l’assicurazione crypto ai modelli di pricing dinamico già sperimentati in altri rami assicurativi.Coperture personalizzate tramite AI: oggi, chi acquista una polizza su un determinato protocollo paga, grosso modo, le stesse tariffe. In prospettiva, però, potremmo vedere modelli molto più “su misura”: collegando il proprio wallet e consentendo a un sistema di AI di valutare il profilo di rischio individuale – per esempio come si gestiscono le chiavi, quali protocolli si usano, se si interagisce spesso con smart contract non verificati – il premio potrebbe essere modulato di conseguenza. È l’equivalente, nel mondo cripto, della telematica nell’RC auto, dove chi guida bene paga meno. Un utente che utilizza hardware wallet, multi‑sig e interagisce solo con protocolli ben auditati potrebbe ottenere uno sconto significativo sulla copertura del wallet rispetto a chi “apre” continuamente posizioni in contratti non revisionati. Questo scenario solleva interrogativi seri sulla privacy, ma se l’accesso ai dati fosse volontario, il meccanismo potrebbe diventare un potente incentivo a tenere comportamenti più sicuri on-chain.
Integrazione con Layer‑2 e con l’ecosistema multi‑chain
Con la diffusione dell’uso della blockchain su più reti e soluzioni di scaling, anche l’offerta assicurativa si sta spostando su un terreno multi‑chain. Esistono già esempi come il prodotto di Nexus Mutual per Base, il Layer‑2 di Coinbase, che offre una copertura unica per molti protocolli basati su Base. Questa tendenza alla copertura “one‑to‑many” è destinata a rafforzarsi. È plausibile immaginare una polizza “DeFi All Risk” che protegga automaticamente tutte le posizioni di un utente su Ethereum, Arbitrum, Polygon e altre reti per determinati tipi di rischio. Per farlo in modo efficiente, i protocolli assicurativi dovranno essere presenti nativamente su quelle stesse reti.
I costi del gas su Ethereum L1 hanno rappresentato finora un freno: la migrazione verso L2 riduce non solo l’onere economico per l’utente, ma rende anche possibili interazioni dinamiche più frequenti (ad esempio aggiornare spesso la copertura, o pagare premi molto bassi in modalità “streaming”). È ragionevole aspettarsi che piattaforme come InsurAce si espandano su un numero crescente di chain, mentre nuovi player potrebbero nascere direttamente su L2 o sidechain per servire in modo capillare quegli ecosistemi.
Un capitolo a parte riguarda i bridge: i bridge cross‑chain sono stati ripetutamente al centro di exploit devastanti (i casi Ronin, Poly Network, Wormhole hanno generato perdite nell’ordine delle centinaia di milioni). La copertura del rischio‑bridge è già oggi molto richiesta. Nel medio termine, è plausibile che siano gli stessi protocolli – o i gestori dei bridge – a dotarsi di polizze o a creare pool mutualistici dedicati alle loro infrastrutture. Si può immaginare, per esempio, una sorta di “Bridge Mutual” in cui diversi grandi bridge mettono in comune capitali per rimborsare gli utenti in caso di hack, magari con il supporto di un assicuratore tradizionale o di una DAO. Una soluzione di questo tipo potrebbe diventare uno standard quasi obbligato per attrarre volumi: sapere che, entro un certo massimale, si verrà indennizzati in caso di attacco aumenterebbe significativamente il livello di fiducia nei bridge.
Con la crescente adozione dei Layer‑2 e l’ingresso di un pubblico retail sempre più ampio proprio grazie a queste reti meno costose, l’assicurazione potrebbe diventare una funzionalità “di default”, integrata nel wallet o nel protocollo. Un wallet L2, per esempio, potrebbe offrire un semplice interruttore: “Proteggi i miei asset – costo 0,1% del patrimonio all’anno”, che in background acquista una copertura da un partner assicurativo per il tuo wallet. È il concetto di embedded insurance: una protezione invisibile ma sempre attiva, incorporata nell’esperienza utente. Questa integrazione potrebbe rivelarsi decisiva per l’adozione di massa, perché l’utente mainstream tende a pretendere tutele simili a quelle bancarie (si pensi all’assicurazione sui depositi tipo FDIC). Se il wallet o la piattaforma propongono di default la copertura (con facoltà di disattivarla), l’adozione può crescere rapidamente, senza richiedere all’utente di cercare e confrontare prodotti assicurativi in modo autonomo.
Interesse istituzionale e scalabilità del mercato
Il destino dell’assicurazione cripto è strettamente intrecciato a quello dell’adozione istituzionale degli asset digitali. Man mano che banche, asset manager e corporate entrano sul mercato, è probabile che anche i grandi gruppi assicurativi alzino il velo. I segnali già non mancano: i grandi broker globali come Aon e Marsh stanno promuovendo soluzioni dedicate, e colossi come Allianz e AIG avrebbero da tempo avviato analisi strutturate sul segmento. In un sondaggio di settore del 2025, diversi operatori assicurativi indicavano proprio la maggiore chiarezza regolamentare – ad esempio con MiCA in Europa – come elemento chiave che li ha resi più disponibili a sottoscrivere rischi cripto. Regole più definite riducono la probabilità di assicurare, magari in buona fede, attività non autorizzate o addirittura illegali.
Uno dei fronti più caldi è la custodia per gli investitori istituzionali. Man mano che custodi tradizionali come BNY Mellon o State Street attivano servizi di custodia cripto, portano con sé le stesse aspettative di copertura tipiche dei mercati tradizionali. Potranno scegliere di auto‑assicurarsi via captive o chiedere coperture significative al mercato. In entrambi i casi, la capacità disponibile potrebbe aumentare sensibilmente, perché altri assicuratori saranno interessati a coprire soggetti di alto standing. Allo stesso modo, fondi pensione o ETF con esposizione diretta a cripto potrebbero imporre coperture specifiche sugli asset sottostanti (si pensi a uno spot Bitcoin ETF negli Stati Uniti: è verosimile che preveda sempre una copertura sull’attività di custodia dei BTC). Un solo prodotto di questo tipo può generare, da un giorno all’altro, domanda di coperture per centinaia di milioni, spingendo il mercato a mobilitare nuova capacità.
Convergenza tra assicurazione tradizionale e DeFi
I confini tra assicurazione tradizionale e coperture DeFi tenderanno a sfumare. Gli assicuratori legacy potrebbero usare le piattaforme on-chain sia come canale di distribuzione sia come meccanismo di gestione del rischio. Un assicuratore tradizionale, ad esempio, potrebbe fornire riassicurazione a un sindacato di Nexus Mutual “dietro le quinte”; viceversa, un protocollo DeFi potrebbe cedere parte del proprio portafoglio in riassicurazione a un mercato come Lloyd’s.
Dichiarazioni di manager di InsurAce vanno proprio in questa direzione, sottolineando come uno dei trend chiave sarà “l’emergere di ponti tra l’assicurazione tradizionale e le coperture su blockchain, in grado di aumentare le capacità e la flessibilità… con benefici per la DeFi in termini di maggior capitale e per l’assicurazione tradizionale in termini di efficienza”. Il futuro potrebbe essere dominato da modelli ibridi, in cui l’utente acquista una polizza su un’interfaccia DeFi, ma una quota del rischio finisce, senza che l’utente debba saperlo, sul bilancio di un grande assicuratore tradizionale. Smart contract e API potrebbero gestire in automatico i regolamenti con il riassicuratore e viceversa. Questa cooperazione ha il potenziale per superare molte delle criticità attuali: la DeFi guadagnerebbe capitali più profondi e maggiore credibilità; l’assicurazione tradizionale potrebbe ridurre costi amministrativi e raggiungere pubblici completamente nuovi.
Ruolo della regolamentazione e dei governi
Nel lungo periodo, se le cripto dovessero diventare un pilastro del sistema finanziario, è plausibile un maggiore intervento pubblico sotto forma di garanzie o obblighi assicurativi. Potremmo vedere, ad esempio, schemi di riassicurazione pubblica per eventi sistemici nel mondo cripto, non troppo diversi dai programmi con cui alcuni Paesi sostengono i mercati assicurativi contro il terrorismo, riconoscendo che certi scenari estremi sono difficilmente assorbibili dal solo settore privato. In caso di introduzione di una CBDC (valuta digitale di banca centrale), i regolatori potrebbero imporre che ogni wallet abilitato alla sua gestione sia coperto da una forma minima di garanzia o assicurazione.
Un’altra possibilità sono fondi misti pubblico‑privati: ad esempio, un fondo di settore per coprire i default degli exchange, finanziato da contributi obbligatori delle piattaforme, sul modello del fondo di garanzia dei depositi bancari (tipo FDIC). È ancora un terreno speculativo, ma un nuovo crollo in stile “mega‑exchange” potrebbe innescare forti pressioni politiche per introdurre un meccanismo di questo genere.
Sul fronte tecnologico, infine, emergeranno nuovi rischi. L’evoluzione del calcolo quantistico, ad esempio, potrebbe mettere in discussione l’attuale crittografia: alcune polizze potrebbero iniziare a escludere esplicitamente il “rischio quantistico” oppure offrire coperture specifiche per il furto di asset (per esempio Bitcoin) causato da un attacco quantistico. Gli assicuratori dovranno aggiornare continuamente le definizioni di rischio, così come hanno già fatto incorporando fattori inediti nel mondo Bitcoin originario, come il rischio di slashing nelle reti proof‑of‑stake. Il passaggio di Ethereum al PoS ha infatti aperto la strada a prodotti dedicati alla copertura delle penalità di slashing, impensabili nella prima fase della storia cripto.
Verso un’assicurazione cripto “invisibile” ma onnipresente
L’evoluzione punta verso un’assicurazione sempre più integrata, automatizzata e capiente. Probabilmente, in futuro si parlerà meno di “assicurazione cripto” come nicchia separata, e più semplicemente di “assicurazione” in un mondo abilitato dalla tecnologia cripto. L’obiettivo è arrivare a un punto in cui la copertura su asset digitali è percepita come ordinaria e affidabile quanto quella nel sistema finanziario tradizionale.
Un segnale di maturità sarà quando l’utente medio darà per scontata l’esistenza di determinate tutele. Usando un grande exchange, ad esempio, potrebbe trovare un badge “Asset assicurati fino a $X dal sottoscrittore A”, un po’ come accade oggi con i cartelli “Depositi garantiti” nelle banche. O, entrando in una dApp di lending, l’interfaccia potrebbe mostrare “Coperto da Nexus Mutual – clicca per i dettagli”, e quella informazione diventerà soltanto uno dei parametri nella valutazione del rischio‑rendimento da parte dell’utente.
In chiusura di questa panoramica, è evidente come l’assicurazione cripto sia passata da esperienza di nicchia a componente imprescindibile dell’ecosistema degli asset digitali. Funziona come una rete di sicurezza che aumenta la fiducia, incoraggia la partecipazione e contribuisce ad attenuare gli shock di un mercato notoriamente volatile e vulnerabile a incidenti tecnologici e operativi. Restano sfide importanti in termini di scalabilità, design dei prodotti e governance, ma la traiettoria appare positiva. Come sintetizzato da un dirigente del settore, assisteremo a “un numero crescente di investitori alla ricerca di strumenti per proteggere i propri asset digitali, spinti dalla popolarità crescente delle piattaforme DeFi e da nuove tecniche di gestione del rischio”.
Il futuro sarà probabilmente segnato da una collaborazione sempre più stretta tra innovazione decentralizzata e know‑how assicurativo tradizionale, con maggiore capacità di mercato e un ventaglio più ampio di coperture per tutti i partecipanti. In ultima analisi, l’assicurazione è uno dei meccanismi che possono trasformare il cripto‑spazio da Far West speculativo a componente stabile e affidabile della finanza globale, garantendo che, quando inevitabilmente arriveranno giorni difficili, esista una rete pronta ad attutire la caduta.
Considerazioni finali
L’assicurazione cripto, nata come esperimento quasi pionieristico, sta rapidamente diventando uno dei pilastri portanti dell’ecosistema delle criptovalute e della DeFi. Risponde alla domanda più pressante per chi entra in questo mercato: “Cosa succede se qualcosa va storto?”. Offrendo protezione finanziaria contro furti, hack ed eventi distruttivi, introduce un elemento di fiducia in un ambito famoso per il suo profilo di rischio elevato.
Siamo partiti chiarendo che cos’è l’assicurazione cripto e perché rappresenta un tassello chiave: dalle analogie con le tutele tradizionali, alla sua capacità di favorire un’adozione più ampia rassicurando sia il retail sia gli investitori istituzionali sul fatto che non saranno completamente esposti in caso di perdita. Abbiamo ripercorso la storia del settore, dalle prime soluzioni limitate al solo rischio di custodia alla nascita di mutual e pool di rischio decentralizzati che oggi integrano e, in alcuni casi, competono con i sindacati di Lloyd’s di Londra.
Analizzando i rischi lungo l’intera catena – wallet, NFT, DeFi – è emerso chiaramente che nessuna area del mondo cripto è davvero esente da pericoli: i wallet “caldi” possono essere compromessi da attacchi informatici, quelli “freddi” possono essere smarriti, gli NFT possono essere rubati o perdere drasticamente valore, e i protocolli DeFi possono collassare sotto il peso di exploit o difetti di design economico. Ed è precisamente contro queste tipologie di eventi che le nuove soluzioni di copertura cercano di offrire una risposta strutturata.Prodotti assicurativi innovativi stanno affrontando queste sfide da angolazioni diverse. Abbiamo analizzato il ruolo dei provider centralizzati – dagli assicuratori tradizionali che operano tramite broker e sindacati (come Lloyd’s, che sottoscrive una polizza su hot wallet in partnership con Coincover) agli operatori specializzati in crypto come Evertas e Chainproof, che fanno da ponte tra underwriting tradizionale e tecnologia crittografica. In parallelo, abbiamo approfondito i modelli di assicurazione decentralizzata come Nexus Mutual, InsurAce, Risk Harbor e altri, mettendo a confronto i loro approcci a coperture, sinistri e capitalizzazione. Ogni modello presenta punti di forza specifici: le piattaforme decentralizzate sono particolarmente efficaci nel coprire i rischi on-chain e nel favorire formule di “mutua” guidate dalla community, mentre gli attori centralizzati portano in dote una capacità di capitale elevata e un impianto regolamentare rigoroso. Sempre più spesso questi due mondi non si contrappongono, ma collaborano, combinando i rispettivi vantaggi per ampliare lo spettro delle coperture disponibili.
Il quadro regolamentare si sta evolvendo per accogliere – e in alcuni casi imporre – forme di assicurazione crypto. Giurisdizioni come Hong Kong e Dubai hanno reso la copertura assicurativa degli asset dei clienti un requisito di licenza per gli exchange, e i regulator a livello globale stanno aumentando la pressione affinché sia chiarito se e come le criptovalute dei clienti siano assicurate. Questi schemi non solo tutelano i consumatori, ma contribuiscono anche a legittimare le stesse soluzioni assicurative, attirando nuovi operatori sul mercato. Negli Stati Uniti e in Europa, pur in assenza di obblighi generalizzati, la traiettoria va verso aspettative più elevate in materia di risk management, che spesso si traducono nella necessità di disporre di coperture assicurative o di strumenti finanziari equivalenti.
Abbiamo inoltre affrontato le criticità che il segmento della crypto insurance deve ancora risolvere. Occorre superare le inefficienze di capitale (gli attuali pool mutualistici risultano sovracollateralizzati e comunque modesti rispetto alla domanda potenziale) e gestire insidie tecniche come la manipolazione degli oracle e la complessità di una governance delle richieste di indennizzo pienamente decentralizzata. Inoltre, il collegamento strutturale con il mondo della riassicurazione resta un cantiere aperto – ma il fatto che riassicuratori globali come Munich Re e Arch stiano iniziando a esporsi al settore indica che queste sfide vengono affrontate e superate progressivamente.
Guardando avanti, le prospettive per la crypto insurance appaiono dinamiche e incoraggianti. Ci si attende una crescita delle coperture parametriche automatizzate, con indennizzi quasi istantanei erogati via smart contract, una maggiore integrazione dell’intelligenza artificiale nei modelli di valutazione del rischio per affinare la tariffazione e intercettare le minacce, e un’esperienza utente sempre più fluida, in cui la protezione assicurativa è nativamente incorporata nei principali prodotti crypto. Man mano che investitori istituzionali e retail iniziano a pretendere per il mondo digitale lo stesso livello di protezione garantito dalla finanza tradizionale, il mercato della crypto insurance è destinato ad ampliarsi in modo significativo. Trend come lo scaling su Layer-2 e l’interoperabilità cross-chain allargheranno il perimetro dei rischi da coprire e potrebbero favorire il lancio di polizze “aggregate” in grado di proteggere asset distribuiti su più piattaforme con un’unica soluzione. L’ingresso di grandi assicuratori tradizionali e, potenzialmente, di un quadro normativo più favorevole contribuirà ad aumentare capacità e stabilità, rendendo le perdite di grande entità più assorbibili dal sistema e meno gravose per il singolo investitore.
In sintesi, la crypto insurance sta evolvendo da nicchia sperimentale a solido strumento di gestione del rischio, destinato a sostenere la credibilità e la resilienza dell’intero comparto delle criptovalute. Rielabora di fatto il celebre motto “not your keys, not your coins”, aggiungendo una nuova dimensione: “e se decidi di custodire tu le tue chiavi – o se lo fa un intermediario per tuo conto – non devi essere l’unico a sopportare il rischio.” Con uno sviluppo prudente, una governance solida e la cooperazione tra progetti blockchain innovativi e competenze assicurative tradizionali, la crypto insurance continuerà a maturare. Rappresenta una via pragmatica per proteggere wallet, NFT e posizioni DeFi, consentendo agli operatori di muoversi in questa nuova frontiera finanziaria con maggiore tranquillità. Man mano che il crypto si integra nella finanza mainstream, la presenza di un robusto “strato assicurativo” farà sì che, in caso di eventi imprevedibili, le perdite vengano ammortizzate e la fiducia possa essere rapidamente ricostruita, rafforzando nel complesso stabilità e affidabilità dell’ecosistema crypto.

