Il CLARITY Act affonda in Senato — I founder: “Si continua a navigare a vista”

Imperfect Rules Beat No Rules — Industry Reacts To CLARITY Collapse (Image: AI)

Il naufragio del CLARITY Act al Senato, martedì, lascia le società di asset digitali esattamente dove sono state per gran parte dell’ultimo decennio: a costruire senza sapere quale authority busserà alla porta.

Manager che operano in infrastrutture di trading, tokenizzazione e pagamenti definiscono l’esito una battuta d’arresto, non un dietrofront, e sostengono che il costo più pesante non ricade sulle società crypto “pure”, ma sulle banche e sulle istituzioni che aspettano ancora un quadro normativo prima di impegnare capitale.

Alle 14:15 di New York il Senato ha votato sulla cloture per il Digital Asset Market Clarity Act, il passaggio procedurale necessario per chiudere il dibattito e passare al merito del disegno di legge. Servivano 60 voti: la soglia non è stata raggiunta. Il leader della maggioranza John Thune aveva depositato la richiesta di cloture l’8 agosto, aprendo una finestra di cinque settimane per costruire i numeri.

I margini, però, erano stretti fin dall’inizio. I repubblicani controllano 53 seggi, quindi anche con il gruppo compatto servivano almeno sette voti tra democratici e indipendenti, e non erano affatto garantiti. Il senatore John Cornyn stava ancora valutando la sua posizione pochi giorni prima del voto, mentre la senatrice Susan Collins era tra quanti sollevavano timori per le banche di comunità.

La legge avrebbe dato una risposta alla domanda che il settore pone da più tempo: chi regola cosa. Alla CFTC sarebbe andata la supervisione del trading spot dei token qualificati come commodity digitali, mentre la SEC avrebbe mantenuto il perimetro sui token che restano contratti d’investimento, insieme a requisiti di registrazione, standard per exchange e broker, regole sulla finanza decentralizzata e una serie di norme etiche.

L’esito di martedì non cancella nulla, perché la Camera ha già approvato la propria versione nel 2025 e quel testo resta formalmente vivo. Ma blocca di fatto il calendario del Senato in una finestra ormai quasi chiusa. La Camera ha cancellato le settimane di voto del 21 e 28 settembre e dovrebbe lasciare Washington dopo il 17 settembre, lasciando di fatto quattro giornate utili prima che l’attenzione si sposti sulle midterm. I mercati di previsione avevano già ridotto le probabilità che il ddl diventasse legge nel 2026 a circa il 18%, dal 90% di febbraio.

I mercati hanno reagito male. Il Bitcoin (BTC) ha sfiorato i 79.530 dollari nella notte prima di scivolare intorno a quota 77.400, in calo di circa il 3%, e ha continuato a perdere terreno man mano che il voto si metteva di traverso al provvedimento.

Una battuta d’arresto, non una condanna

La reazione dell’industria si è rapidamente coagulata attorno alla stessa parola.

Vladimir Tikhomirov, founder di Theorem e co‑fondatore di Algebra, ha definito la decisione di non mandare avanti il disegno di legge una battuta d’arresto, soprattutto alla luce del poco tempo che resta in calendario. Si è però guardato dal leggerla come un giudizio sul mercato, ricordando che le quotazioni restano molto più sensibili a tassi d’interesse, liquidità in dollari e condizioni macro di quanto non lo siano a un singolo voto a Washington.

Più diretto Bernardo Brites, co‑fondatore e ceo di Trace Finance. «Il fallimento del CLARITY Act è un enorme passo indietro per il nostro settore, anche se non è fatale», ha dichiarato. «Per anni, le società crypto hanno operato in una zona grigia, con autorità che hanno scelto un approccio regolatorio per via sanzionatoria e reattiva, punendo l’innovazione invece di guidarla. Purtroppo, questa fase non è ancora finita.»

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Il ddl, sostiene Brites, avrebbe garantito l’unica cosa che i builder chiedono con coerenza da anni: una linea di demarcazione netta tra il mandato della SEC e quello della CFTC. In sua assenza, le commodity digitali restano senza “casa” regolatoria, le norme sulle stablecoin rimangono scollegate dai progressi compiuti con il GENIUS Act, e i founder continuano a chiedersi se raccogliere capitali o listare un token significhi esporsi a una causa.

«Per founder e builder questo vuol dire continuare a operare sulla base della speranza e non delle regole», ha aggiunto. «Significa anche che i grandi volumi istituzionali restano più a lungo del necessario ai margini, e l’ondata di partecipazione degli incumbent che il mercato aspetta viene ancora rinviata.»

Il vuoto si vede soprattutto nel secondario

La preoccupazione di Tikhomirov riguarda un’area del mercato che raramente entra nel dibattito politico: gli asset del mondo reale tokenizzati. A suo avviso, restano senza un modello chiaro per ciò che accade dopo l’emissione.

«Ancora non esiste nulla che possa essere un vero blueprint regolatorio su come questi asset possono essere scambiati, su come si costruisce la liquidità attorno ad essi, e su come gli investitori possano effettivamente uscire dalle loro posizioni», ha osservato.

Tikhomirov riconosce che i regolatori hanno altre strade: SEC, CFTC e le altre authority possono continuare a produrre regole senza passare dal Congresso. Il rischio che segnala è quello di un patchwork, non di un framework: la tokenizzazione continua a progredire, mentre le infrastrutture di mercato secondario pienamente compliant potrebbero arrivare molto più tardi.

Meglio una legge imperfetta che nessuna

Eric Barbier, ceo di Triple‑A, riprende l’argomento che ha accompagnato il ddl attraverso ogni tornata di emendamenti.

«Il dibattito sui pro e i contro del CLARITY Act proseguirà, a maggior ragione dopo il mancato via libera odierno», ha detto. «Resto però convinto che una regolamentazione imperfetta sia meglio di nessuna regolamentazione.»

La sua tesi si concentra meno sull’effetto sui prezzi dei token e più sull’impatto sui comitati rischi delle grandi aziende. «Un framework come il CLARITY Act può avere un effetto dirompente in positivo, infondendo alle grandi imprese e istituzioni statunitensi una fiducia reale nel partecipare finalmente, con un perimetro di certezza, allo spazio degli asset digitali, dove finora verosimilmente si sono tenute alla larga.»

Barbier richiama l’esempio delle norme sulle stablecoin già in vigore. «Abbiamo visto uno scenario simile con l’adozione del GENIUS Act: la creazione di corridoi regolatori ha accelerato l’adozione delle opzioni di pagamento in stablecoin tra le grandi aziende e ha contribuito a costruire fiducia dei consumatori verso questa forma di pagamento.»

Per Barbier, lo stallo è soprattutto un problema domestico statunitense, non dell’industria nel suo complesso: in Europa, Regno Unito, Emirati e Singapore il percorso verso una maggiore armonizzazione regolatoria e, in ultima analisi, verso l’adozione istituzionale procede comunque, qualunque cosa faccia il Congresso.

Brites arriva alla stessa conclusione per altra via. Le banche adotteranno le stablecoin e le infrastrutture blockchain diventeranno l’ossatura della finanza moderna con o senza una legge federale USA, sostiene. Ma ogni rinvio è un’occasione mancata perché il Paese consolidi una leadership che oggi detiene più per inerzia che per merito.

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Murtuza Merchant

Murtuza è un giornalista finanziario esperto con una vasta esperienza nella copertura di criptovalute e tecnologia blockchain. Ha collaborato con Benzinga e Cointelegraph, tra le altre testate, riportando sulle tendenze emergenti, sul quadro normativo e altro ancora. Puoi trovarlo su Twitter come @murtuza_merc e su Telegram come mmerchant001. Disclosure: Murtuza holds ATOM, AKT, TIA, INJ, and OSMO.

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