Le stablecoin sono destinate ad alimentare oltre 200 miliardi di dollari di pagamenti retail negli Stati Uniti entro il 2030. La crescita arriverà da carte di pagamento garantite da criptovalute, “dollari digitali” emessi direttamente dai merchant e da un nuovo livello di “agentic commerce” guidato dall’intelligenza artificiale.
Una cifra che impone di ripensare il ruolo delle stablecoin.
Non sono più soltanto uno strumento di regolamento per l’ecosistema cripto. Stanno diventando vera e propria infrastruttura di pagamento al dettaglio, in concorrenza frontale con i colossi dei circuiti tradizionali come Visa e Mastercard.
E il fattore tempo è cruciale. La capitalizzazione delle stablecoin ha superato i 230 miliardi di dollari a livello globale. I volumi di trasferimento on-chain hanno raggiunto circa 27.000 miliardi di dollari nei dodici mesi terminati ad aprile 2026. Nel frattempo al Senato USA avanza il GENIUS Act, il primo quadro federale organico per la licenza delle stablecoin, attualmente in fase di markup in Commissione.
In sintesi
- Deloitte prevede che entro il 2030 le stablecoin supereranno i 200 miliardi di dollari di transazioni retail negli USA, spinte da carte di pagamento, emissioni dei merchant e agenti AI.
- I volumi di trasferimento on-chain delle stablecoin sono già paragonabili al regolamento annuo di Visa, ma la penetrazione nei pagamenti POS resta sotto l’1% della spesa dei consumatori USA.
- Un regime federale di licenze con il GENIUS Act potrebbe sbloccare emissioni di stablecoin “institutional grade”, accelerando la curva di adozione e riducendo l’incertezza normativa che ha finora frenato i grandi circuiti.
La previsione da 200 miliardi e cosa significa davvero
Il Deloitte Center for Financial Services ha pubblicato il 20 maggio 2026 il proprio outlook sui pagamenti retail in stablecoin, presentando la soglia dei 200 miliardi di dollari come scenario base conservativo, non come ipotesi ottimistica.
Gli analisti hanno modellizzato tre canali di adozione: carte di pagamento cripto-backed emesse da player come Coinbase e Crypto.com, stablecoin proprietarie emesse dai merchant e agenti AI autonomi che effettuano acquisti programmati per conto dei consumatori.
I 200 miliardi di dollari rappresentano circa lo 0,8% della spesa retail complessiva (e-commerce e in negozio) prevista negli Stati Uniti al 2030. Una stima volutamente prudente, che presuppone che le carte in stablecoin intercettino solo una piccola porzione delle transazioni “card-present” e che l’agentic commerce passi dagli attuali volumi marginali a un sottosegmento rilevante ma non dominante. Nello scenario rialzista, lo stesso studio Deloitte colloca il potenziale più vicino ai 400 miliardi, se la regolamentazione federale ridurrà gli attriti in fase di onboarding e se i principali network di POS integreranno nativamente i pagamenti in stablecoin.
Nel caso base Deloitte, le carte di pagamento in stablecoin dovranno raggiungere circa 12 milioni di utenti attivi negli USA entro il 2030, un ordine di grandezza in linea con la base utenti di Apple Pay nel secondo anno dal lancio.
Crypto.com ha recentemente (si veda un precedente approfondimento di Yellow) annunciato una partnership con Capitalize per consentire il rollover dei piani pensionistici 401(k) verso conti in criptovalute, segnando l’ampliamento della strategia dei player cripto verso prodotti finanziari destinati al grande pubblico. Un posizionamento perfettamente coerente con la tesi di distribuzione via carte al centro delle previsioni di Deloitte.
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La struttura del mercato delle stablecoin nel 2026
Il mercato delle stablecoin che entra nel 2026 è molto diverso da quello che precedette il collasso di TerraUSD nel 2022.
Tether (USDT) detiene circa il 62% dell’offerta complessiva di stablecoin, seguita da USD Coin (USDC) con una quota intorno al 26%, mentre il restante 12% è suddiviso tra varianti algoritmiche, a rendimento e collegate a materie prime, secondo il tracker delle stablecoin di DefiLlama.
Anche la composizione è cambiata in modo significativo. Le stablecoin a rendimento, strumenti che trasferiscono ai detentori i rendimenti di Treasury bill o fondi monetari, rappresentano ora circa l’8% della capitalizzazione complessiva, rispetto a meno dell’1% di inizio 2023. Un segmento che cresce più rapidamente delle stablecoin puramente fiat-backed, spinto da protocolli come Ondo Finance e Mountain Protocol, che offrono esposizione tokenizzata ai titoli di Stato americani.
Tether da sola ha gestito circa 19.600 miliardi di dollari di trasferimenti on-chain nei dodici mesi terminati a marzo 2026, secondo dati di analytics on-chain di Visa presentati a Money20/20 Europe: un livello che supera i 13.200 miliardi di dollari di volumi di pagamento processati da Visa nello stesso periodo.
Il confronto “grezzo” dei volumi tende però a sopravvalutare il grado di concorrenza effettiva, perché una quota rilevante dei flussi in USDT è legata a operazioni di trading DeFi a leva, non a transazioni economiche reali. Depurando l’attività puramente finanziaria on-chain, il Boston Consulting Group ha stimato in 4–5.000 miliardi di dollari annui nel 2025 il valore dei trasferimenti “economici” in stablecoin (salari, pagamenti a merchant, rimesse cross-border). Un perimetro più ristretto, ma comunque imponente e in forte crescita.
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Carte di pagamento cripto-backed: il vero on-ramp retail
La via più rapida verso i 200 miliardi di spesa retail in stablecoin passa attraverso le infrastrutture di carte esistenti, più che aggirarle. Le carte di debito e prepagate “crypto-backed”, che regolano in stablecoin sul back-end ma si presentano come normali carte Visa o Mastercard al punto vendita, sono già operative con oltre una dozzina di emittenti.
Coinbase ha comunicato che la sua Coinbase Card ha superato 1,5 miliardi di dollari di volume transato annualizzato alla conference call sui risultati del primo trimestre 2026, con i regolamenti denominati in stablecoin in crescita del 40% trimestre su trimestre.
Al momento del pagamento, la carta converte USDC in valuta fiat utilizzando l’infrastruttura di liquidità di Coinbase, in modo che il merchant incassi dollari mentre il titolare spende da un saldo in stablecoin. Una scelta di architettura che elimina del tutto il rischio di cambio e di adozione lato esercente.
Il programma di carte cripto di Visa, che comprende oltre 60 emittenti a livello globale, ha registrato più di 2,5 miliardi di dollari di spesa su carte collegate a cripto nell’anno fiscale 2025, includendo sia prodotti collateralizzati in Bitcoin (BTC) sia carte garantite da stablecoin.
Il vero vantaggio competitivo per gli emittenti è la struttura degli incentivi. Le carte in stablecoin possono finanziare cashback e premi rendimento con gli interessi maturati sulla “float” di stablecoin detenuta in riserva, un modello economico che le banche tradizionali non possono replicare sulle carte di debito standard. La Visa card di Crypto.com, ad esempio, finanzia il cashback fino al 5% mettendo in staking il collaterale in CRO e incassando le ricompense del protocollo: un ibrido tra loyalty e yield farming che non trova analoghi nel banking legacy.
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Stablecoin emesse dai merchant e il “dollaro loyalty”
Oltre alle carte, la previsione di Deloitte contempla un canale molto meno discusso: le stablecoin emesse direttamente dai merchant. Si tratta di grandi retailer, compagnie aeree o catene alberghiere che emettono “dollari digitali” proprietari, spendibili nei propri ecosistemi: in pratica l’evoluzione on-chain delle tradizionali gift card o dei punti fedeltà a circuito chiuso.
Starbucks aveva già testato un programma loyalty basato su blockchain tramite la piattaforma Odyssey, poi chiusa a inizio 2024; ma le lezioni apprese da quel progetto stanno alimentando una nuova generazione di “merchant digital dollars”. Amazon ha depositato dal 2021 numerose domande di brevetto relative a infrastrutture di valuta digitale, e lo studio Deloitte cita esplicitamente grandi retailer USA – non nominati – che sarebbero al lavoro su stablecoin proprietarie in attesa di un chiaro quadro di licenze federali.
Una stablecoin emessa dal merchant comporta costi di interchange prossimi allo zero, rispetto all’1,5–2,5% oggi pagato sugli incassi tramite carte. In caso di adozione estesa anche solo al 15% dei volumi su carta, il risparmio strutturale per il retail USA potrebbe valere tra 40 e 80 miliardi di dollari l’anno.
Gli incentivi per il merchant sono evidenti. Se un cliente detiene 200 dollari in stablecoin proprietarie del retailer, quella somma costituisce di fatto un prestito infruttifero al merchant e un potente “lock-in” comportamentale che aumenta la frequenza d’acquisto. Starbucks ha rilevato che il proprio programma fedeltà era responsabile del 57% delle transazioni USA pur coprendo meno del 35% della clientela: una concentrazione di spesa che un “dollaro loyalty” in versione stablecoin potrebbe accentuare ulteriormente.
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Agentic commerce e il livello dei pagamenti autonomi
Il terzo canale del modello Deloitte è il meno compreso, ma potenzialmente il più esplosivo in termini di crescita percentuale: l’agentic commerce.
Si tratta di sistemi di intelligenza artificiale – assistenti finanziari personali, bot di procurement, gestori di abbonamenti – che eseguono in autonomia acquisti e pagamenti per conto dell’utente, idealmente utilizzando denaro programmabile che non richiede una autorizzazione manuale per ogni singola transazione.
Le stablecoin sono strutturalmente più adatte a questo tipo di agentic commerce rispetto ai canali di pagamento tradizionali per un motivo tecnico preciso.
Un agente AI può detenere un saldo in stablecoin in un wallet non-custodial, eseguire un acquisto via smart contract e regolare la transazione in meno di due secondi su reti come Solana o Base, senza necessità di integrazioni API con una banca, un conto merchant o una… processore di pagamenti. L’agente È il wallet.
Stripe ha riattivato i pagamenti in stablecoin sulla propria piattaforma a fine 2023 e, nel primo trimestre del 2026, ha dichiarato che i payout denominati in stablecoin rappresentavano circa il 3,5% del volume totale dei pagamenti Stripe nei mercati supportati, partendo da livelli praticamente nulli appena diciotto mesi prima.
Lo strato “agentico” è ancora agli inizi. Anthropic, OpenAI e Google hanno tutte lanciato o annunciato framework di agenti capaci di eseguire transazioni finanziarie, ma la maggior parte delle implementazioni in produzione resta concentrata sugli acquisti B2B, più che sul retail consumer. Gli analisti di Deloitte stimano che il commercio guidato da agenti possa contribuire per circa 15–25 miliardi di dollari ai 200 miliardi dello scenario base entro il 2030, una cifra che potrebbe crescere rapidamente se gli agenti AI consumer arrivassero al mainstream prima di quella data.
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Il GENIUS Act e la licenza federale come catalizzatore
La variabile regolamentare con l’impatto più diretto sulla traiettoria verso i 200 miliardi di dollari è il GENIUS Act, il Guiding and Establishing National Innovation for US Stablecoins Act, attualmente in discussione al Senato dopo l’approvazione in Commissione bancaria nel marzo 2026.
Il disegno di legge istituirebbe un regime di licenze federali per gli “emittenti di payment stablecoin” con attivi inferiori a 10 miliardi di dollari e creerebbe, per gli operatori più grandi oggi inquadrati come money transmitter a livello statale, un percorso opzionale verso una charter federale.
Come riassunto dalla Commissione bancaria del Senato, i punti chiave includono: copertura 1:1 delle riserve con asset liquidi di alta qualità, disclosure pubbliche mensili sulle riserve, divieto di riconoscere rendimento ai detentori retail (clausola che ha generato forte opposizione nell’industria) e obbligo per gli emittenti con charter federale di detenere le riserve su conti bancari assicurati FDIC.
Il divieto di rendimento nella bozza attuale del GENIUS Act vieterebbe di fatto le stablecoin remunerate per gli investitori retail, una misura che Morgan Stanley ha stimato possa ridurre il mercato potenziale complessivo delle stablecoin del 15–20% se approvata senza modifiche.
Il disegno di legge prevede inoltre una clausola cruciale di preemption che supererebbe i requisiti di money transmission imposti dai singoli Stati per gli emittenti con licenza federale, eliminando l’attuale mosaico di 50 diversi regimi di compliance che rende costosa l’emissione su scala nazionale. Circle, emittente di USDC, ha espresso sostegno al provvedimento, pur facendo lobbying per allentare il divieto di rendimento. Tether, in quanto emittente con sede estera, non sarebbe idonea alla charter federale ma, nel quadro normativo delineato, potrebbe comunque accedere alla distribuzione negli USA tramite custodi terzi con licenza.
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Rimesse transfrontaliere come mercato prova di concetto
Prima di raggiungere i 200 miliardi di dollari nel retail domestico USA, le stablecoin hanno già dimostrato il product-market fit in un altro segmento consumer: le rimesse internazionali. È proprio il caso d’uso delle rimesse a fornire i dati più solidi sulla capacità delle infrastrutture di pagamento in stablecoin di reggere volumi reali.
La Banca Mondiale ha segnalato che nel 2024 il costo medio globale per inviare 200 dollari oltre confine era pari al 6,2%, contro meno dell’1% sulle “rails” in stablecoin quando si utilizzano network come Stellar (XLM) o Solana (SOL) con USDC. Bitso, l’exchange crypto messicano, ha rivelato che, al quarto trimestre 2025, le rimesse basate su stablecoin rappresentavano oltre il 30% dei flussi sulla direttrice USA–Messico sulla propria piattaforma, in un corridoio che muove circa 60 miliardi di dollari l’anno.
Il sistema di pagamenti istantanei FedNow della Federal Reserve applica una fee di 0,045 dollari a transazione domestica. Inviare USDC su Solana costa meno di 0,001 dollari ai livelli attuali di commissioni: un vantaggio di costo di 45 volte che, sui pagamenti ad alta frequenza e basso importo, si traduce in un beneficio cumulativo enorme.
Il ruolo di “proof of concept” delle rimesse è centrale per le proiezioni sul retail perché ha codificato un comportamento ormai rodato: scaricare un wallet, completare il KYC, detenere un saldo in stablecoin e spenderlo. È esattamente il pattern che il caso d’uso nel retail domestico si limita ora a ereditare. Nel suo State of Crypto 2026 report, Andreessen Horowitz ha evidenziato che i consumatori di origine latinoamericana residenti negli USA sono tra gli utenti di stablecoin pro capite più intensivi, avendo adottato la tecnologia per le rimesse molto prima che i consumatori “nativi” statunitensi la incontrassero in contesti retail.
Questa base installata rappresenta un vantaggio competitivo in termini di distribuzione per gli emittenti di carte collegate a stablecoin che mirano a quel segmento demografico.
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I colli di bottiglia infrastrutturali che possono rallentare la traiettoria
Lo scenario base dei 200 miliardi di dollari presuppone alcune condizioni infrastrutturali che oggi non sono ancora pienamente soddisfatte. Capire dove sono i gap è essenziale per valutare se la timeline sia realistica o troppo ottimista.
Il primo collo di bottiglia riguarda la compatibilità dei terminali POS. La stragrande maggioranza dei terminali dei merchant statunitensi – i dispositivi Verifone e Ingenico che gestiscono le transazioni card-present – non supporta nativamente la regolazione in stablecoin.
L’approccio “wrapper” delle card crypto (Coinbase Card, Crypto.com Visa) aggira il problema convertendo la stablecoin in fiat prima che il terminale registri la transazione, ma questa conversione reintroduce costi e latenza legati agli intermediari. Una vera accettazione merchant-native delle stablecoin richiede aggiornamenti firmware dei terminali o nuova hardware, con cicli di sostituzione che sull’installato tipicamente richiedono dai cinque ai sette anni.
NCR Voyix, uno dei maggiori fornitori di sistemi POS negli Stati Uniti, ha annunciato a febbraio 2026 un modulo di pagamento in stablecoin per la piattaforma Aloha dedicata alla ristorazione, che copre circa 100.000 esercizi negli USA: il primo grande vendor domestico di POS a offrire accettazione nativa di stablecoin.
Il secondo collo di bottiglia è l’infrastruttura per identità e compliance.
Il Bank Secrecy Act impone ai processori di pagamento di applicare monitoraggio delle transazioni e segnalazioni di attività sospette anche ai flussi in stablecoin. Nel suo crypto crime report 2026, Chainalysis ha stimato che meno del 40% dei volumi in stablecoin transiti oggi per entità dotate di strumenti di compliance on-chain realmente completi: un gap che i regolatori dovranno colmare prima che le grandi banche si sentano a loro agio ad integrare direttamente l’accettazione di stablecoin.
Il terzo collo di bottiglia è l’educazione del consumatore.
Un sondaggio di Morning Consult condotto nel gennaio 2026 ha rilevato che il 71% degli adulti USA under 35 ha sentito parlare di stablecoin, ma solo il 14% è in grado di definirle correttamente come strumenti agganciati al dollaro. Questo divario tra awareness e comprensione è oggi il principale vincolo lato domanda all’adozione delle carte.
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La reazione competitiva dei circuiti di pagamento tradizionali
Visa e Mastercard non stanno assistendo da spettatori al racconto del retail in stablecoin.
Entrambi i network hanno investito in modo strutturale in infrastrutture legate alle stablecoin negli ultimi due anni, posizionandosi come livelli di settlement più che come incumbent destinati a essere disintermediati.
Visa ha lanciato nel 2024 la Visa Tokenized Asset Platform, che consente alle banche di emettere token fiat-backed su blockchain permissioned con regolamento attraverso la rete interbancaria Visa esistente.
Al primo trimestre 2026, la piattaforma aveva a bordo sei partner bancari tra Stati Uniti ed Europa, con BBVA che ha eseguito in Spagna la prima transazione transfrontaliera regolata in stablecoin. La logica strategica di Visa è restare il layer della fiducia e della compliance anche se il mezzo di regolamento sottostante si sposta dai tradizionali card rails alla blockchain.
La Multi-Token Network di Mastercard ha gestito la sua prima transazione commerciale live negli USA a settembre 2025, collegando depositi bancari tokenizzati e stablecoin regolamentate tra quattro istituzioni finanziarie partecipanti in un pilota descritto dal network come una “proof-of-concept per un nuovo paradigma di clearing”.
L’approccio di PayPal è il più verticalmente integrato. PYUSD, la stablecoin proprietaria lanciata nell’agosto 2023, aveva raggiunto una circolazione di circa 1,1 miliardi di dollari a maggio 2026, secondo i dati DefiLlama.
A gennaio 2026, PayPal ha annunciato che i detentori di PYUSD potevano utilizzare direttamente la stablecoin per il checkout presso i 35 milioni di merchant del network PayPal, senza alcun passaggio intermedio in fiat: ad oggi, la più significativa implementazione live di accettazione native-merchant di stablecoin negli Stati Uniti.
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I fattori di rischio che possono far deragliare lo scenario dei 200 miliardi
Una proiezione di questa portata non arriva senza rischi di coda sostanziali. Tre scenari, in particolare, potrebbero impedire che lo scenario base da 200 miliardi si materializzi nei tempi previsti.
Il primo è un evento di de-peg su larga scala.
Il collasso di TerraUSD nel maggio 2022 ha dimostrato che la fiducia in una stablecoin può evaporare nell’arco di 72 ore. Benché le stablecoin pienamente collateralizzate in fiat come USDC presentino, strutturalmente, un rischio di de-peg inferiore rispetto ai modelli algoritmici,piuttosto che dai modelli algoritmici, resta teoricamente possibile una dinamica di “corsa agli sportelli” innescata dall’illiquidità delle attività a riserva. Il collasso di Silicon Valley Bank nel marzo 2023 ha fatto scambiare USDC a 0,87 dollari, con uno scostamento dal peg del 13% rientrato nel giro di 72 ore dopo che Circle ha chiarito la piena accessibilità delle riserve. L’episodio ha però mostrato in modo evidente il canale di contagio tra tensioni nel sistema bancario tradizionale e fiducia nelle stablecoin.
Una ricerca accademica pubblicata su arXiv nel 2023 ha modellizzato la probabilità di de-peg per le stablecoin collateralizzate in valuta fiat sotto diversi scenari di stress sulle riserve, evidenziando come un calo simultaneo del 15% nel valore delle attività a copertura, combinato con un aumento del 20% delle richieste di rimborso, possa far saltare l’ancoraggio anche per emittenti teoricamente fully reserved. È proprio uno scenario che l’assicurazione FDIC e i requisiti di riserva del GENIUS Act mirano in modo specifico a prevenire.
Il secondo rischio è la frammentazione regolamentare.
Se il GENIUS Act non dovesse essere approvato o venisse profondamente emendato, il risultato potrebbe essere un mosaico di regole diverse Stato per Stato, con spazi di arbitraggio normativo che spingerebbero le emissioni offshore, limitandone però la distribuzione domestica. Alcuni senatori democratici hanno già espresso preoccupazioni sulle disposizioni di preemption del disegno di legge e sul trattamento riservato alle Big Tech che potrebbero emettere stablecoin.
Il terzo rischio riguarda la tensione tra privacy e compliance sul fronte consumer. I dati dei pagamenti on-chain sono pseudonimi per impostazione predefinita, ma completamente tracciabili per progettazione. Una violazione di dati ad alto profilo o una richiesta governativa su larga scala di accesso agli storici delle transazioni in stablecoin potrebbero innescare un contraccolpo da parte dei consumatori, erodendo l’adozione nella fascia più attenta alla privacy, che oggi è tra i maggiori utilizzatori di stablecoin.
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Conclusioni
La stima di Deloitte di 200 miliardi di dollari di acquisti retail in stablecoin negli Stati Uniti entro il 2030 non è un outlier speculativo. È uno scenario base prudente, costruito su canali che già oggi generano volumi transattivi reali.
I fatti lo confermano. Le carte di pagamento collegate a crypto sono operative e processano ogni anno miliardi di dollari. La PYUSD di PayPal è già accettata da 35 milioni di esercenti statunitensi. Il commercio “agentic” abilitato dall’AI si sta spostando dai progetti pilota ai roll-out in produzione nei sistemi di procurement aziendale.
L’infrastruttura è più avanzata di quanto suggerisca la narrativa mainstream.
Quello di cui questa previsione ha davvero bisogno da qui al 2030 è chiarezza regolamentare, non nuova innovazione tecnologica. L’approvazione del GENIUS Act eliminerebbe il principale ostacolo strutturale all’emissione di stablecoin con standard bancari e alla loro accettazione a livello nazionale presso gli esercenti. Senza quel quadro normativo, la tempistica si allunga. Ma la direzione di marcia non cambia.
Quei 200 miliardi, quindi, non riguardano il “se” i pagamenti retail in stablecoin arriveranno. I dati sulle transazioni mostrano già che stanno arrivando. La vera domanda è se il contesto regolatorio statunitense ne accelererà l’adozione o la rallenterà.
Per investitori, merchant e operatori delle infrastrutture di pagamento, l’implicazione è netta. I prossimi due anni rappresentano la finestra per costruire canali di distribuzione, siglare partnership per carte e integrare le “rails” in stablecoin – prima che il mercato raggiunga il punto di flesso che Deloitte individua attorno al 2028.
Le aziende che considereranno questo tema come un problema da affrontare nel 2029 rischiano di scoprire che, in termini competitivi, è diventato un fatto compiuto già nel 2027.
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